Ministero della Pubblica Istruzione
DIREZIONE GENERALE ISTRUZIONE CLASSICA
SCIENTIFICA MAGISTRALE
COORDINAMENTO NAZIONALE AUTONOMIA
RELAZIONE AL PARLAMENTO
SULLO STATO DI ATTUAZIONE DELLA LEGGE QUADRO
SUI DIRITTI DELLE PERSONE IN SITUAZIONE DI
HANDICAP
LEGGE 5.2.1992 N.104, ART. 41 COMMA 2
ANNO 2000
PREMESSA: Il 2000 l’anno dell’autonomia
CAPO 1. IL SUPERAMENTO DELL’HANDICAP E L’AUTONOMIA
1.1 La riorganizzazione dei servizi
e l’Osservatorio nazionale
1.2 Una nuova politica delle risorse
finanziarie funzionale all’autonomia
1.3 Il monitoraggio dei POF e primi
dati sull’integrazione scolastica
1.4 La riorganizzazione dei servizi
territoriali e i Glip
CAPO 2. L’INTEGRAZIONE SCOLASTICA
2.1 L’ epidemiologia e le certificazioni
di handicap
2.2 L’obbligo scolastico e formativo,
il rapporto scuola/lavoro
2.3 Il sostegno: risorse e problemi
2.4 L’integrazione di competenze
nella scuola
CAPO 3. LA FORMAZIONE DEL PERSONALE
3.1 I corsi di alta qualificazione
per insegnanti di sostegno
3.2 I corsi di formazione per tutti
i docenti
3.3 I corsi di specializzazione gestiti
dalle università
CAPO 4. LAVORI IN CORSO
4.1 Gli istituti atipici e il Regolamento
attuativo
4.2 I centri servizi territoriali
per gli alunni in situazione di handicap
4.3 Le certificazioni scolastiche
e i nuovi curricoli per competenze
4.4 Le relazioni internazionali
ALLEGATI
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Normativa prodotta nell’anno 2000 (non
disponibile su questo sito)
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Decreto di nomina e composizione del
nuovo Osservatorio nazionale (non disponibile su
questo sito)
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Fascicolo MPI "L’integrazione scolastica
degli alunni in situazione di handicap" - documento
depositato nell'area file di FADISnet http://it.egroups.com/files/FADISnet/
| PREMESSA |
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IL 2000 L’ANNO DELL’AUTONOMIA
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La scuola italiana accoglie nelle sue classi
normali, da quasi trent’anni, praticamente tutti i bambini e le bambine,
le ragazze e i ragazzi in situazione di handicap. Tutto questo è
stato promosso e accompagnato da importanti decisioni legislative e normative,
da investimenti di risorse di personale e di formazione.
La scuola italiana è oggi, complessivamente,
riuscita a vincere la sfida dell’integrazione scolastica.
Oggi i nostri alunni disabili vivono la loro
esperienza formativa con tutti gli altri compagni, sono reciprocamente
una risorsa civile ed educativa per la crescita e lo sviluppo dei potenziali
cognitivi di tutti.
Alunni e alunne diversi tra loro costruiscono
una scuola normale di tutti e di ciascuno.
Nessuno, da nessuna parte, propone di tornare
al passato, alle istituzioni separate.
Questo non significa che l’integrazione scolastica
sia sempre e perfettamente riuscita, né che manchino i punti critici.
L’integrazione non è un valore che si acquista una volta per tutte,
ma si esprime via via con nuove sfide, con contraddizioni tra scuola e
scuola, tra scuola e territorio, tra territorio e territorio.
Tre sembrano oggi gli aspetti prioritari che
è necessario sviluppare e migliorare per garantire una sempre più
efficace integrazione, nella scuola che accoglie il deficit e riduce l’handicap
-
Dalla socializzazione alla piena
realizzazione dei potenziali. La sfida è quella di migliorare
gli apprendimenti con buone didattiche individualizzate e di gruppo per
sviluppare tutti i potenziali individuali, in modo che l’integrazione scolastica
produca il massimo di efficacia formativa . In troppi casi, invece, si
va ancora poco oltre la socializzazione e non si sviluppano tutti i potenziali
cognitivi.
-
L’autonomia didattica e organizzativa.
La flessibilità data dall’autonomia alle scuole parla di diversità
come valore, sia per i soggetti che apprendono sia per i soggetti che insegnano.
L’autonomia è un forte volano di adattamento di curricoli, didattiche,
tempi, organizzazione, spazi, alle esigenze di ognuno. L’autonomia offre
alle diverse situazioni di handicap nuove opportunità di successo
scolastico..
-
L’integrazione dell’integrazione.
Spesso la relazione tra scuola, famiglia, servizi sociali e sanitari pecca
di assenze, contraddizioni, separatezze. L’integrazione tra i diversi servizi
è strategica per ottimizzare gli interventi e per realizzare pienamente
un progetto di vita che dia speranza e futuro a tutte le diverse condizioni
personali. La recente Legge Quadro 328/2000 sui servizi integrati risponde
a questa sfida.
La scuola deve raccoglierla attraverso una più
forte concertazione con tutti gli altri soggetti.
Con il 1 settembre 2000 le scuole
italiane sono autonome, si è realizzata la riforma del Ministero,
si sta dando avvio al riordino dei cicli scolastici. La trasformazione
in atto è poderosa e complessa.
L’obbiettivo dell’autonomia didattica
e organizzativa e del riordino dei cicli scolastici è di innalzare,
per tutti e per tutte, il livello culturale e il successo formativo. E’
una sfida civile e culturale resa necessaria, in questo inizio secolo,
dalle sfide della modernità e dall’evoluzione civile e tecnologica.
Non possiamo più perdere
nessuno, dobbiamo dare a tutti i nostri giovani il massimo di opportunità
di autorealizzazione nella vita, sapendo che non si finirà mai di
imparare.
Non possiamo più insegnare
a tutti le stesse cose nello stesso momento: un sistema sempre uguale dappertutto
premia la mediocrità, non aiuta chi fa più fatica a realizzarsi,
né gratifica tutti i potenziali di apprendimento.
Per queste ragioni la situazione
di handicap incontra l’autonomia della scuola come vera opportunità
per un più efficace integrazione scolastica, ma insieme rende la
disabilità più normale, terreno delle tante diversità
oggi presenti nella nostra società e nel nostro approccio alle persone.
L’impegno dell’Amministrazione, in
questo cambiamento, deve essere radicale, per ricostituirsi sempre più
efficacemente (ad ogni livello di intervento) nella logica della sussidiarietà
che garantisce ad ogni scuola maggiori responsabilità ed impulso
ad agire.
Le diverse azioni prodotte dal Ministero
e dal sistema scolastico in questo periodo sono tutte conseguenti a questo
importante processo di trasformazione. Non è una fase di passaggio,
ma di profondi cambiamenti anche nelle forme di organizzazione del servizio
amministrativo e tecnico.
La presente Relazione racconta di
questo processo, della sua dinamica, degli snodi ancora aperti.
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CAPO 1 |
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IL SUPERAMENTO
DELL’ HANDICAP E L’AUTONOMIA |
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1.1
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La riorganizzazione
dei servizi e l’Osservatorio nazionale |
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Il superamento dell’handicap diventa questione
normale
A partire da marzo 2000, le responsabilità
nazionali nei confronti delle politiche dell’integrazione scolastica sono
state profondamente modificate, nell’ottica dei processi di riforma in
corso.
In sostanza, si sono trasferite le
responsabilità dall’Ufficio Studi e Programmazione del Ministero,
come fino ad oggi tradizionalmente avvenuto,
-
al Coordinamento Nazionale Autonomia,
come struttura di impulso e di connessione tra l’integrazione scolastica
e tutte le questioni attinenti all’autonomia delle scuole;
-
al Coordinamento per la Formazione,
per quanto riguarda le politiche di formazione del personale
-
al Coordinamento per le Tecnologie,
per i servizi tecnologici connessi con l’integrazione scolastica;
-
alla Direzione del Personale, per quanto
riguarda gli organici dei docenti.
Si è, inoltre, costituita una
struttura intermedia di connessione tra le diverse competenze.
In questo modo si è superata
la tradizionale separazione dei temi dell’handicap dagli altri processi
formativi, amministrativi e di responsabilità, inserendo la questione
nel più complessivo processo di innovazione.
E’ sembrato opportuno, al Ministro,
affidare al Coordinamento dell’autonomia l’impulso di coordinamento come
segno che, con l’autonomia delle scuole, la disabilità deve diventare
questione normalmente trattata entro tutti i processi di responsabilità,
senza alcuna separazione.
-
L’Osservatorio nazionale per l’integrazione scolastica
degli alunni in situazione di handicap
L’Osservatorio nazionale è composto
da due strutture interagenti: la Consulta delle Associazioni e il Comitato
tecnico. L’Osservatorio nel suo complesso, ma in particolare il Comitato
tecnico, ha svolto un ruolo strategico di supporto e di confronto per le
politiche dell’amministrazione.
Negli ultimi quattro anni, dell’isp.
Sergio Neri ha coordinato i lavori dell’Osservatorio, dando dato un forte
impulso e visibilità ai lavori e alle proposte. La lunga malattia
di Sergio Neri ha rallentato, nei primi mesi dell’anno, i lavori dell’Osservatorio.
Con il passaggio delle responsabilità, si è affidato all’isp.
Raffaele Iosa la supplenza del coordinamento, recuperando nel tempo gli
impegni e le decisioni.
Ad ottobre 2000, Sergio Neri è
mancato. E’ una perdita grave e fortemente sentita da tutti coloro che
lavorano nell’integrazione dell’handicap, per la dedizione e l’intelligenza
che Sergio Neri ha dato in questa sua esperienza professionale e civile.
Questa Relazione intende ricordarlo con affetto e onore.
A luglio 2000, l’Osservatorio è
stato ricostituito, essendo scaduto il triennio di vigenza delle nomine.
Gran parte dei componenti è stata riconfermata, tenendo conto dell’elevata
competenza ed esperienza apportata, si sono arricchite presenze professionali
e sociali. Nel Comitato tecnico sono presenti esperti, docenti universitari,
studiosi, rappresentanti degli altri ministeri interessati, dell’Anci,
dell’Upi, della Conferenza Stato-Regioni. Nella Consulta delle associazioni
si è pervenuti al massimo di rappresentatività.
Nell’anno 2000 si sono realizzati
due incontri della Consulta delle Associazioni, come momento di confronto
per costituire piani di lavoro comuni su temi condivisi.
Più articolato e complesso
è stato il lavoro del Comitato tecnico. Le riunioni plenarie sono
state sei, con cadenza mensile. Inoltre, il Comitato tecnico si è
suddiviso in cinque gruppi di lavoro che hanno elaborato o sono ancora
al lavoro su importanti questioni. I gruppi di lavoro hanno avuto l’apporto
anche di esperti nominati per dare supporto e contributi alle decisioni.
I temi su cui hanno lavorato i gruppi
del Comitato tecnico riguardano tutte le più delicate e urgenti
questioni sul tappeto, che verranno via via specificate in questa Relazione:
-
Gruppo di lavoro sui servizi territoriali,
il futuro dei Glip, l’integrazione tra servizi a seguito della Legge Quadro
328/2000.
-
Gruppo di lavoro sulle certificazioni
scolastiche.
-
Gruppo di lavoro sulle certificazioni
cliniche e sulla statistica epidemiologica.
-
Gruppo di lavoro per la predisposizione
di un Portale Web e lo sviluppo delle tecnologie.
-
Gruppo di lavoro per la formazione del
personale.
I lavori dei gruppi, che si sono incontrati
finora per un totale di 24 riunioni e di 200 ore di lavoro, sono stati
assunti dal Comitato tecnico e via via proposti all’Amministrazione come
contributi utili per le importanti decisioni da assumere nel periodo. Alcuni
di questi gruppi proseguono i lavori.
Si è tenuta, inoltre, una
riunione della Consulta delle associazioni riguardanti i minorati sensoriali
per un parere sulla bozza di Regolamento per il riordino degli Istituti
atipici per ciechi e per sordi in Enti nazionali di documentazione, ricerca
e supporto all’autonomia delle scuole, ai sensi di quanto previsto dal
comma 10 dell’art. 21 della Legge 59/ 97.
Contemporaneamente, si sono tenuti
nove incontri interregionali, coordinati dal Sottosegretario on. Giuseppe
Gambale, fornito di delega in materia, con la presenza continua dell’isp.
Raffaele Iosa, con tutti i rappresentanti dei Glip, dei Glh degli uffici
territoriali, con i provveditori, con i responsabili socio-sanitari. Lo
scopo degli incontri è stato di fare il punto su tutte le questioni
inerenti l’integrazione scolastica, nonché sugli scenari che si
aprono per la riorganizzazione dei servizi territoriali nella logica integrata.
Infine, è in preparazione
un Convegno nazionale di tutti i responsabili handicap nazionali, regionali
e territoriali per fare il punto complessivo sulle politiche attuate e
proporre le soluzioni agli scenari istituzionali, pedagogici e sociali
che l’autonomia delle scuole, la riforma del Ministero, l’integrazione
dei servizi spinge a realizzare. Il convegno si terrà il 14, 15,
16 febbraio a Modena, città di Sergio Neri.
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1.2
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Una nuova politica delle
risorse finanziarie funzionale all’autonomia |
Con la CM. 235 del 20 ottobre 2000,
riguardante il piano di interventi e di finanziamenti per l’integrazione
degli alunni in situazione di handicap, si è dato un primo segnale
di innovazione istituzionale.
I finanziamenti per le attività
delle scuole sono stati complessivamente di L.20.028.476.000, derivanti
non solo da quelli attribuiti dalla Legge 104/92, ma anche da quelli nuovi
dati dalla Legge 69/2000, che ha implementato il fondo previsto dalla Legge
440/97, e che ha consentito all’Amministrazione di adottare per gli interventi
di integrazione scolastica analoghi criteri a quelli seguiti per il finanziamento
dei Piani dell’Offerta Formativa.
-
Finanziamenti diretti alle scuole dell’autonomia
Dopo un intenso confronto in Comitato
tecnico, si è decisa una nuova logica di finanziamento alle scuole,
coerente con il resto dei finanziamenti già attribuiti con la CM
194 per i fondi derivanti dalla Legge 440/97.
Si sono cioè, con la CM 235,
distribuiti i fondi per la didattica e le tecnologie nel seguente modo:
-
il 75% dei fondi direttamente alle scuole
sulla base del numero degli alunni in situazione di handicap
-
il restante 25% dei fondi alle strutture
territoriali come cifra perequativa finalizzata a favorire la nascita di
strutture di supporto, di centri servizi, o al supporto di situazioni di
particolare difficoltà, che valorizzino esperienze significative,
nella logica dei patti ed impegni reciproci.
In questo modo, ogni istituto scolastico
ottiene gran parte dei finanziamenti connessi all’innovazione (Legge 440/97)
con una logica che esclude, come nel passato, la presentazione di un qualche
progetto ad hoc al fine di ottenere i finanziamenti. Così facendo,
viene data fiducia e responsabilità ad ogni singola scuola, che
con i finanziamenti ottenuti amplia il proprio budget in funzione del proprio
POF e si elimina il rischio perverso della super produzione di progetti
realizzati solamente per ottenere finanziamenti.
Naturalmente il finanziamento diretto
non significa che ogni scuola dovrà spendere per l’integrazione
scolastica solamente la cifra ottenuta, ma che tale cifra integra il bilancio,
rendendo normale la spesa per gli interventi sulle situazioni di handicap
entro il bilancio complessivo.
Allo stesso modo le strutture territoriali
non dovranno essere più dispensatori di risorse con giudizi a priori
sui diversi progetti, ma saranno impegnate, con il restante 25%, ad essere
soggetti attivi di promozione di iniziative che vadano oltre la singola
scuola, che valorizzi esperienze significative, che obblighi a patti e
impegni reciproci. In questo modo anche il finanziamento per l’integrazione
scolastica entra normalmente nella logica dei finanziamenti complessivi
dati alla scuola autonoma.
L’esperienza va consolidata, allargandola
a tutti i finanziamenti complessivi, tenendo conto della necessità
di approfondire i metodi delle iniziative di perequazione.
Con il metodo dei finanziamenti direttamente
consegnati alle scuole, infatti, si distribuiscono finanziamenti su basi
eguali. La percentuale perequativa, che rimane ai livelli intermedi di
governo del sistema scolastico, rende necessario individuare criteri distributivi
mirati e discriminanti in positivo, con la logica di finanziamenti mirati
e dei patti territoriali tra il soggetto erogatore e la scuola che li riceve.
I modi in cui sarà gestita
la perequazione del 10% dei finanziamenti per la sperimentazione dell’autonomia
e la formazione e del 25% per l’handicap verrà sottoposte a monitoraggio.
-
Non più circolari dall’alto, ma far circolare
le esperienze
Con i finanziamenti per il 2000, anche
per merito del loro aumento grazie alla Legge 69/2000, si sono attivate,
con la cifra relativamente modesta di L. 2.400.000.000, una serie
di iniziative particolarmente significative per la qualità nella
logica dell’autonomia.
-
Si è attivato un apposito
Portale Web nel sito della Biblioteca di Documentazione Pedagogica
www.bdp.it. Il sito è pensato come sede molto selettiva di informazioni
attinenti alla didattica, alle tecnologie, alle migliori esperienze, alle
ricerche sul campo, alle FAQ. La Bdp ha costituito un gruppo di lavoro
formato da esperti del Comitato tecnico dell’Osservatorio e del Coordinamento
tecnologie, ha già attivato le prime pagine del sito.
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Si è chiesto alle scuole di inviare
alla Bdp le loro esperienze di integrazione scolastica. Ad oggi
sono circa 600 le scuole che hanno inviato resoconti, materiali, produzioni
tecnologiche e didattiche inerenti ad esperienze didattiche di integrazione.
Con i finanziamenti del 2000, il Comitato tecnico dell’Osservatorio sceglierà
un centinaio di scuole da considerare nella logica delle best practice,
da mettere in rete nel sito e da far circolare tra le scuole come buoni
esempi da seguire. Ad ognuna di queste scuole verrà riconosciuto
un finanziamento di circa cinque milioni. Le esperienze verranno descritte
con il sistema GOLD, ideato dalla Bdp, e che già raccoglie le migliori
pratiche di POF.
-
Con l’attivazione di un circuito di
informazione e scambio, si intende anche allargare l’utilizzo delle
tecnologie didattiche come veicoli facilitatori di apprendimenti secondo
le diverse disabilità. Nel Portale Web sarà presente un elenco
ragionato delle diverse strumentazioni tecnologiche oggi presenti, con
una loro valutazione di impatto didattico. Più in generale, si stanno
predisponendo ulteriori iniziative di diffusione, formazione, scambio di
didattiche al fine di allargare nelle scuole l’utilizzo delle tecnologie,
soprattutto di quelle digitali, che sembrano offrire inedite e straordinariamente
efficaci nuove opportunità di apprendimento.
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Infine, si è deciso di finanziare
la
ricerca didattica delle scuole. E’ un’assoluta novità nei finanziamenti.
La decisione parte dall’assunto che vi siano scuole che stanno elaborando
azioni didattiche di carattere sperimentale aventi la natura specifica
della ricerca didattica. Si intende premiare, ovviamente, soprattutto quelle
scuole che sviluppino ricerca in rete con altre, in pool con altre sedi
di ricerca, assieme a strutture sociosanitarie territoriali, ecc.. Il Comitato
tecnico vaglierà i progetti e sceglierà quelli più
significativi per rigore scientifico e per trasferibilità, prevedendo
il finanziamento ad hoc. Gli esiti delle ricerche saranno, ovviamente,
messe in rete nel sito.
Attraverso la costruzione del Portale,
l’individuazione e la circolazione di casi esemplari, la valorizzazione
delle scuole come possibili sedi di ricerca, si intende costruire un sistema
di comunicazione, confronto, apprendimento, scambio che renda possibile
far circolare le esperienze piuttosto che immaginare un modello verticale
che dice alle scuole cosa dover fare. La pratica orizzontale di circolazione
di esperienze ed idee è nella logica del rispetto e della valorizzazione
dell’autonomia delle scuole. Il successo di adesione dice quanto le scuole
siano interessate alla circolazione delle idee e delle esperienze.
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1.3
|
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Il monitoraggio dei
POF e primi dati sull’integrazione scolastica |
Il Coordinamento nazionale dell’autonomia,
con un progetto paritetico con gli IRRSAE e la BDP, svolge da due anni
un attento a approfondito monitoraggio della sperimentazione dell’autonomia.
Nell’anno scolastico 1999/2000 il
monitoraggio ha avuto come centro di analisi i POF delle singole scuole
e si è realizzato:
-
con la raccolta informatizzata di tutti
i 12.000 documenti di POF delle scuole attraverso items significativi,
svolta dalla BDP;
-
con l’osservazione interattiva di 1.000
scuole da parte di team addestrati, al fine di conoscere dal vivo cosa
sta accadendo nelle scuole dell’autonomia.
Si tratta di un’operazione mai svolta
in passato per volume di dati e complessità di analisi.
Il Rapporto nazionale sul monitoraggio
2000 è in preparazione.
Merita ricordare che nelle due pratiche
di monitoraggio erano presenti anche alcune questioni attinenti all’integrazione
scolastica degli alunni in situazione di handicap. Siamo quindi in possesso
di dati quantitativi e qualitativi che per la prima volta possono
indicarci alcune tendenze in corso, in particolare di quanto l’autonomia
delle scuole favorisce il miglioramento dell’integrazione scolastica.
In questa sede si anticipano alcune
osservazioni significative, in attesa del Rapporto nazionale generale.
-
L’Italia randomizzata. La
qualità dell’integrazione scolastica è fortemente connessa
ai comportamenti individuali e collettivi delle singole scuole piuttosto
che a fattori geografici (nord, centro, sud, isole, ecc..) o a fattori
demografici (grandi o piccole città). Nella stessa città
vi possono essere istituti del medesimo ordine scolastico con comportamenti
molto diversi tra di loro. Come per la sperimentazione dell’autonomia,
la qualità è data dal caso, o meglio dai soggetti reali che
compongono le professionalità di ogni singola scuola. Se il dato
può sembrare perfino lapalissiano (ma non lo è affatto!),
non si sono mai approfondite abbastanza le dinamiche di tutto questo, né
gli effetti che dovrebbe determinare per le strutture intermedie territoriali
(capaci di intercettare le differenze e non ancora burocrazie), per la
perequazione finanziaria, per il controllo dei risultati.
-
Più piccolo è più
accogliente. La capacità della scuola di accogliere e di
istruire è direttamente connessa ai livelli scolastici: è
alta nella scuola dell’infanzia, è bassa nella scuola secondaria.
Non si ritiene che la questione sia connessa alla via via maggiore complessità
dei curricoli, quanto ad una ben diversa attenzione e mission dei
docenti nei confronti degli alunni e ad una maggiore capacità didattica
di essere flessibili ed intenzionali. Mano a mano che i bambini crescono,
diminuiscono le competenze didattiche raffinate utili per l’individualizzazione.
E’ più frequente che l’insegnante di sostegno agisca in team nella
scuola dell’infanzia e in buona parte della scuola elementare, mentre man
mano diviene a volte l’unico insegnante direttamente coinvolto.
-
Il POF è reticente, ma si
fa di più di quello che si scrive. Nei documenti formali
dei POF, una gran parte delle scuole dice poco sulla flessibilità
didattica connessa ai suoi alunni in situazione di handicap. Il dato merita
un approfondimento, che verrà svolto dal monitoraggio già
previsto per il 2001 con uno specifico strumento di indagine. Si ritiene
che da un lato molti POF già rispondono all’integrazione scolastica
degli alunni in situazione di handicap quando propongono flessibilità
organizzativa e individualizzazione (e quindi l’integrazione è un
fatto normale della didattica), dall’altro in alcune scuole non pare esserci
sufficiente approfondimento sulle potenzialità date dall’individualizzazione
didattica nel nuovo contesto dell’autonomia. Tuttavia, il monitoraggio
delle 1000 scuole ha evidenziato che, nel concreto, sono diffuse attività
di integrazione scolastica in misura molto maggiore di quanto i POF formalmente
descrivono. E’ un dato vero per gran parte delle attività delle
scuole, che fanno cose migliori di quello che scrivono.
-
Gruppi di livello, didattica individualizzata,
didattica di non integrazione. La flessibilità del gruppo
classe si rivela come una spia della qualità della didattica nei
confronti degli alunni disabili. Le scuole oscillano tra due pratiche:
da un lato una didattica fortemente interattiva e gruppale che integra
l’alunno in situazione di handicap entro gruppi mirati, dall’altro estremo
una didattica fondata solamente sull’insegnante di sostegno, prevalentemente
fuori della classe o con attività comunque diverse dal resto della
classe. In mezzo ci stanno tutte le altre soluzioni, tra cui i gruppi di
livello, situazioni miste, ecc… Più una scuola è flessibile
per tutti, meno l’alunno disabile è affidato solamente all’insegnante
delle attività di sostegno.
-
Quattro tipologie di scuole.
Complessivamente, si possono individuare, rispetto alla flessibilità
didattica e all’integrazione, quattro prototipi tendenziali di scuole,
pur tenendo conto delle forti differenze di disabilità e della casualità
di comportamento tra le diverse scuole.
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La scuola della diversità
come ricchezza. Piena integrazione sia sociale che curricolare,
con forte flessibilità didattica e di relazione. Appartengono a
questa categoria buona parte delle scuole dell’infanzia e della scuola
elementare, e molte esperienze degli istituti professionali.
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La scuola della socialità
e dell’integrazione mirata. Piena integrazione sociale con forte
vita di relazione, ma difficoltà di lavoro curricolare collettivo,
tendenza ad individualizzare eccessivamente l’insegnamento. Appartengono
a questa categoria parte della scuola elementare, buona parte della scuola
media e degli istituti tecnici.
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La scuola del sostegno a tutti i
costi. Delega all’insegnante di sostegno di gran parte degli impegni
didattici e relazionali dell’alunno in situazione di handicap. La casualità
sulla professionalità del singolo insegnante di sostegno decide
sulla qualità dell’integrazione. E’ forte il rischio di una didattica
di isolamento piuttosto che di integrazione.
-
La scuola distratta. Delega
all’insegnante di sostegno e scarsa attenzione alle potenzialità
dell’alunno nonché al valore delle relazioni. Si tratta, in buona
parte, di casi presenti negli istituti superiori che da poco ricevono alunni
con handicap, soprattutto nei settori umanistici e più elitari.
Diffusa impreparazione didattica e relazionale ad accogliere e valorizzare
le diversità.
-
La continuità docente necessaria.
Un ulteriore e delicatissimo indicatore sta nella presenza e nel ruolo
dell’insegnante delle attività di sostegno. Numerosi indicatori
segnalano il fatto che più l’insegnante di sostegno è stabile
nel tempo più è presente una didattica meno isolante, più
relazionale con il resto delle classi. Il fatto è perfino ovvio:
la presenza stabile crea relazioni tra i docenti, un docente precario che
cambia di anno in anno verrà inevitabilmente portato dalla situazione
ad occuparsi più dell’alunno che del resto delle attività.
Questo è un motivo, tra i tanti (il principale è il diritto
dell’alunno ad avere una solida continuità) che rende urgente migliorare
ancora di più la continuità dei docenti di sostegno. La nuova
regola dell’organico 1:138 e i concorsi appena terminati (con la nomina
triennale in una sede) non hanno ancora dato del tutto i frutti sperati
sulla stabilità dei docenti.
Servono più flessibilità contrattuali
che garantiscano meglio la continuità professionale.
-
Rapporti complessi con il territorio.
L’analisi del rapporto tra la scuola e la famiglia è, nel complesso,
discreta, se non buona, anche se spesso i genitori sono intesi come controparte
piuttosto che partner educativi. Più complesso è il rapporto
con i servizi sociosanitari del territorio. Risulta con particolare evidenza
una forte differenziazione della qualità e quantità del servizio
tra regioni del nord e regioni del sud, ma è universalmente diffuso
un malessere di relazioni: sono maggiormente presenti relazioni contrattualistiche
e di controparte piuttosto che di concertazione e di integrazione.
-
Il problema psicologico. Le
preoccupazioni maggiori sono presenti nei confronti degli alunni con sindromi
di carattere relazionale, cognitivo e psicologico. E’ il settore che occupa
circa l’ 85% degli alunni certificati, è ovviamente molto vario
e complesso, ma il carattere di forte diversità relazionale di molti
alunni (in particolare gli psicotici) segnala i punti di maggiore crisi.
Sembra questo preoccupare la scuola di più dei cosiddetti gravissimi,
che spesso hanno supporti assistenziali che aiutano la scuola nell’accoglienza
della persona. Spesso la disabilità psicologica è vicina
al disagio sociale (vedi anche sotto la questione delle certificazioni),
in molti casi coincide per via di diversissimi comportamenti dei servizi
sulle certificazioni, è per due terzi maschile. Le scuole più
capaci di accogliere il disagio sociale sono anche quelle più capaci
di rispondere alle disabilità psicologiche.
Il primo monitoraggio ha già
offerto un panorama di questioni sulle quali il Monitoraggio 2001 già
in corso approfondirà le questioni, in particolare quelle connesse
alla individualizzazione didattica e alla relazione con il territorio.
A tale proposito, si è implementato di L. 200.000.000 il finanziamento
per le azioni di monitoraggio, al fine di sviluppare ulteriormente la conoscenza
di ciò che accade davvero nelle scuole in relazione all’integrazione
scolastica degli alunni in situazione di handicap.
Merita sottolineare, in ogni caso,
che il monitoraggio dell’autonomia è lo strumento ideale per svolgere,
al suo interno, anche un monitoraggio ad hoc sull’integrazione scolastica.
Infatti è studiando la scuola come insieme che è più
facile cogliere il clima effettivo, le relazioni concrete, i processi in
atto.
Il monitoraggio effettuato rappresenta
un utile supporto alle scuole per la loro autovalutazione e un importante
supporto alle decisioni a tutti i livelli, nazionale e locale, dell’amministrazione
della scuola.
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1.4
|
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La riorganizzazione
dei servizi territoriali e i Glip |
L’esperienza dei Gruppi di lavoro
interistituzionali per l’integrazione scolastica (Glip) è giunta,
ormai, ad una svolta irreversibile. Questa svolta è derivata:
-
dalla maturazione avvenuta sui pregi
e le contraddizioni di questo tipo di struttura di servizio
-
dalle esigenze date dal nuovo regime
dell’autonomia e dalla riforma del Ministero
-
dalle nuove responsabilità affidate
agli enti locali da parte del Decreto 112/98
-
dalla recente Legge quadro sui servizi
integrati 328/2000.
In questo periodo, i numerosi incontri
di lavoro interregionali hanno permesso di sviluppare sia una franca analisi
del lavoro svolto sia la proposizione di alcuni scenari di lavoro da offrire
per il cambiamento delle attuali strutture.
-
Glip: dagli accordi di programma alla concertazione
e all’autonomia
L’esperienza dei Glip è stata
la prima in assoluto come presenza integrata di rappresentanti di diversi
enti territoriali nei confronti di un tema specifico. Hanno, quindi, anticipato
tutte le tematiche di concertazione interistituzionale oggi diffuse.
Come noto, il Glip è composto
sia da personale della scuola e dei provveditorati, sia da rappresentanti
delle associazioni delle famiglie, sia da rappresentanti degli enti locali
e socio-sanitari. La funzione è propositiva, consultiva, soprattutto
per la costituzione degli accordi di programma. Nomina, sede, organizzazione
dei lavori, era a carico dei Provveditori agli Studi.
Le esperienze sono state, da una
provincia all’altra, estremamente diverse, in molti casi encomiabili, in
altri del tutto evanescenti. In linea generale, comunque, si possono individuare
alcuni punti-crisi comuni.
-
Troppo scolasticistico. La
natura del Glip ha posto eccessivamente la scuola come centro di lavoro.
Gli stessi rappresentanti del territorio non sono quasi mai in grado di
assumersi responsabilità da parte degli enti di riferimento. L’integrazione
scolastica è stata quindi il tema dominante, ponendo sullo sfondo
l’integrazione tra servizi. In molti casi il Glip è diventato una
specie di sede implicitamente "contrattuale" tra la scuola e gli altri
enti in ordine al reperimento e utilizzo delle risorse. Molto lavoro hanno
svolto i Glip sulla documentazione (es. diagnosi funzionale, Pei, ecc…),
ma sempre mettendo al centro la scuola piuttosto che il complesso di sviluppo
della persona in ogni contesto.
-
Accordi di programma macchinosi.
La controprova di quanto detto è l’esperienza di costruzione e ratifica
degli accordi di programma. Nel complesso, questi accordi si sono rivelati
macchinosi per la loro composizione e spesso più petizioni di principio
che vere e proprie assunzioni integrate di responsabilità. In molte
province, è stata più significativa l’esperienza di costruzione
dell’accordo (come occasione di confronto e incontro) che gli esiti effettivi
degli accordi nei comportamenti.
L’origine di queste difficoltà sta in quattro
ragioni molto complesse da dipanare:
-
la difficile coesistenza tra enti e soggetti con
responsabilità, interessi, organizzazione dei servizi profondamente
diversi, in alcuni casi alternativi, in altri complementari;
-
la natura giuridica, amministrativa dei diversi
enti che ha reso finora difficile pensare in termini di integrazione di
servizi quanto piuttosto di suddivisione delle diverse competenze (tocca
a me, tocca a te). In sostanza è mancata la cultura della concertazione
e dell’integrazione;
-
le diverse filosofie sociali tra gli enti: spesso
tra l’integrazione scolastica e la terapia, l’integrazione sociale, il
rapporto scuola lavoro coesistono tra i diversi enti comportamenti molto
diversi, in alcuni casi contrastanti;
-
la frequente presenza, negli accordi di programma,
di contenuti generici senza chiari riferimenti alle competenze e ai flussi
di spesa. Gli accordi sono stati stipulati spesso con la logica più
delle "intese politiche" che delle assunzioni di responsabilità
produttrici di diritti soggettivi esigibili, di cui all’art. 27 della Legge
142/90.
-
Sedi di proposta ma non di responsabilità.
Un ulteriore snodo-crisi ha fatto vivere spesso, nei Glip, una percezione
strabica del proprio ruolo: da un lato soggetti di proposta attiva, dall’altro
soggetti senza dirette responsabilità di decisione. Ciò ha
voluto dire una fortissima casualità della qualità del lavoro
in relazione ai provveditori, agli assessori o ai direttori generali delle
diverse ASL, cioè a tutti i soggetti deputati alle decisioni. Sono
numerosi i casi di Glip in quanto svuotati di responsabilità anche
di proposta per via di non buoni rapporti con i soggetti decisori. Anche
il supporto tecnico esperto che i Glip potevano esprimere è stato
casualmente assunto secondo i diversi comportamenti dei decisori. Non è
un caso che in alcuni Glip i rappresentanti degli enti locali non sono
neppure nominati.
-
Sedi di promozione. L’aspetto,
in ogni caso, più positivo presente è stato il ruolo di promozione,
informazione, formazione, che molti Glip hanno svolto in modo egregio.
Da alcuni anni, in molte province, i Glip hanno prodotto convegni, informazione,
corsi di formazione, centri servizi, centri di documentazione. La quantità
di azioni è notevole, anche se a volte casuale, anticipando comunque
un bisogno di lavorare in rete con le scuole e di pervenire a forme permanenti
di supporto.
-
Il travaglio dell’autonomia.
A partire dal 1997, in ogni provveditorato si sono costituiti i cosiddetti
nuclei territoriali di supporto all’autonomia. Si è trattato di
un’esperienza nuova, anche se precaria, di una struttura di supporto qualitativa
al servizio delle scuole dell’autonomia. Ponendo al centro dell’iniziativa
istituzionale territoriale non un tema o l’altro, ma la scuola dell’autonomia
nel suo insieme sono entrate in crisi tutte le strutture interne ai provveditorati
che fino a quel momento avevano gestito, spesso in modo separato, le diverse
tematiche territoriali (es. handicap, educazione alla salute, lingua straniera,
ecc..). Pur con la forte spinta dell’amministrazione centrale a favorire
l’integrazione delle diverse competenze entro i nuclei dell’autonomia,
sono state numerose le resistenze locali, anche per la conservazione di
piccole nicchie di potere. Ma, pur con tutte le difficoltà, l’esperienza
dei nuclei ha messo in crisi il modello burocratico di una struttura provinciale
composta da tanti compartimenti stagni, favorendo la riflessione sul futuro
e sui nuovi servizi territoriali da costruire con la riforma del Ministero.
In linea generale, tanto quanto l’integrazione scolastica degli handicappati
deve
avere una ben diversa integrazione tra i diversi servizi territoriali,
altrettanto questa deve essere integrata nel più complessivo lavoro
di ogni singola scuola. Il futuro obbliga a parlare di integrazione dell’integrazione,
di concertazione, di piani territoriali e patti di responsabilità.
Su questi temi l’amministrazione ha svolto numerosi lavori di ricerca e
di sperimentazione.
-
Il nuovo modello di integrazione dei servizi
In questi mesi si è molto lavorato,
sia nell’ambito dei nuclei dell’autonomia che dei Glip circa la conformazione
dei nuovi servizi territoriali in relazione all’integrazione scolastica.
Il Decreto 112, la riforma del Ministero e soprattutto la nuova Legge sui
servizi integrati obbliga a scelte quanto mai urgenti. E’ su questa ottica
che hanno lavorato anche i gruppi di lavoro del Comitato tecnico, gli incontri
interregionali e sui quali il convegno nazionale di Modena farà
proposte di lavoro.
Poiché si tratta di lavori
in corso, si segnalano qui le prime indicazioni condivise, sulle quali
si stanno impegnando le strutture ad ogni livello:
-
I servizi integrati. La recente
Legge Quadro n. 328/2000 ridefinisce il quadro delle responsabilità,
ma soprattutto una nuova azione nei confronti dei diritti delle persone
ad usufruire di servizi integrati. In attesa degli effetti regolamentari
della Legge, anche in applicazione del Decreto 112/98, iniziano a nascere
le prime iniziative locali (esemplare è il caso della provincia
di La Spezia) di strutture di lavoro finalmente integrate, o si consolidano
le migliori esperienze di collaborazione anche gestionale tra scuole ed
enti locali.
-
Dai Glip ai tavoli di concertazione.
L’esperienza
dei Glip, così come originata dalla Legge 104/92, è ormai
superata nei fatti. Le ragioni sono già state spiegate. Il nuovo
modello normativo e organizzativo che, da diverse fonti legislative, si
segnala come decisivo può essere descritto con nuove modalità.
-
La definizione di tavoli di
concertazione, ad ogni livello (nazionale, regionale, territoriale, di
scuola) nei quali i decisori mettono sullo stesso tavolo risorse, idee,
progetti, problemi, al fine di costruire un patto di lavoro integrato che
realizzi meglio i diritti della persona handicappata. La concertazione
è anche una diversa modalità culturale di affrontare la gestione
dei servizi sociali nel territorio.
-
La logica della sussidiarietà,
che pone al centro il soggetto come attivo decisore delle proprie opportunità,
non come cliente o come paziente. Questa logica obbliga a decentrare al
massimo le sedi di decisione sulle erogazioni concrete dei servizi in modo
che il soggetto sia titolare di trasparenza e di codecisione. E’ in questo
senso del tutto compatibile l’autonomia di ogni singola scuola come nuovo
soggetto locale titolare di responsabilità, alla quale va dato il
massimo di assunzione di decisioni anche nei confronti dell’integrazione
scolastica.
-
Il ruolo funzionale delle strutture
intermedie. L’amministrazione centrale e periferica della scuola
deve porsi funzionalmente all’autonomia delle scuole, rovesciando quanto
avvenuto finora. Significa insieme sia un ruolo di supporto sussidiario,
sia di perequazione, sia di controllo, sia di promozione. Ciò vale
anche per le strutture di governo territoriale. La Regione è funzionale
agli enti locali, che sono funzionali alla relazione tra i servizi ed ogni
singola persona titolare di diritti.
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La separazione tra tavoli di concertazione
e sedi di proposta/supporto/studio. L’esperienza dei Glip ha rivelato
la contraddittorietà delle sedi non decisionali. Merita quindi suddividere
nettamente le sedi decisionali (con tutte le assunzioni di responsabilità)
dalle sedi tecniche di proposta e promozione. La nuova conformazione dei
poteri locali fa ritenere, quindi, necessario pensare ad una ridefizione
delle strutture finora presenti che si sta sviluppando su alcune direttrici
di lavoro.
-
Una nuova configurazione delle responsabilità.
Viene qui, infine, proposta una mappa su cui si sta lavorando per la ridefinizione
di compiti e responsabilità.
-
In ogni singola scuola. La
sede di decisione è il Consiglio dell’Istituzione, la sede tecnica
è il Collegio dei docenti. Lo strumento fondamentale è il
POF, che descrive le decisioni assunte in ordine all’integrazione. Poiché
la concertazione obbliga ad una nuova relazione tra ogni singola scuola
e i servizi territoriali, il POF deve assumere logica integrata (un POF
territoriale?), anche nella possibilità che alcune decisioni vengano
assunte da reti di scuole. Le sedi di proposta (attualmente definiti come
GLH di scuola) devono avere modalità di lavoro più libere
rispetto ad oggi. In ogni caso sia la sede decisionale sia quelle di proposta
devono assumere il punto dei vista dei soggetti (e delle loro famiglie)
come centrali per un’effettiva integrazione e per una comune concertazione.
Nell’ultimo anno una nuova figura professionale
ha assunto alcune responsabilità in ordine all’handicap: si tratta
delle cosiddette funzioni obbiettivo. L’esperienza di questo primo anno
sembra suggerire una ben maggiore flessibilità sulle modalità
di funzionamento e sulle titolarità di competenze, al fine di evitare
deleghe di responsabilità e nicchie di lavoro separate dal resto.
-
A livello locale, secondo
le modalità in cui il governo regionale articolerà sul territorio
le sue sedi decentrate e il livello di delega di responsabilità,
l’individuazione di sedi di concertazione con le province e gli enti locali
superando la logica degli accordi di programma per quella dei patti di
integrazione. Più significativa, a questo livello, è la questione
dei cosiddetti centri servizi di supporto alle scuole, per la nascita dei
quali si sta lavorando molto e a cui si rinvia l’approfondimento nella
parte quarta di questa Relazione.
-
A livello regionale. La nuova
dimensione di governo regionale del sistema scolastico obbliga a considerare
strategica una sede di concertazione tra i diversi enti territoriali con
forte capacità di impulso alla qualità e all’ottimizzazione
delle risorse da integrare tra i diversi enti. In questo caso il tavolo
decisionale regionale può essere affiancato da:
-
una sede tecnica proposta, senza alibi decisionali,
una sorta di Glip regionale con funzioni promozionali anche delle strutture
di supporto. E’ appena il caso di sottolineare che questa sede regionale
dovrebbe lavorare a tutto campo sui temi dell’integrazione, non solamente
su quella scolastica, ma anche ad esempio sui temi della perequazione,
della terapeutica, del rapporto con il mondo del lavoro, anche in applicazione
delle recenti norme sul collocamento;
-
un Osservatorio regionale, che nel modello adottato
dal Ministero e proposto in forme nuove dalla recente Legge sui servizi
integrati anche per i livelli territoriali, che renda possibile in confronto
tra istituzioni e associazionismo, volontariato, società civile,
mondo della ricerca.
| |
CAPO 2 |
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L’INTEGRAZIONE
SCOLASTICA |
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2.1
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L’ epidemiologia e le
certificazioni di handicap |
Il fascicolo del MPI, allegato alla
presente Relazione, riporta per la prima volta in modo sistematico una
vasta mole di dati sull’integrazione scolastica degli alunni in situazione
di handicap. Il fascicolo ha una serie storica che copre l’ultimo decennio.
E’ il primo lavoro organico di questo tipo, ma anche un primo strumento
di indagine che dovrà avere successivi approfondimenti.
In questa sede si colgono gli aspetti
critici più significativi.
-
Si certifica e si frequenta di più
Il numero di bambini e ragazzi certificati
(pari nel 2000 a 124.155 alunni) è aumentato del 33% dal 1989 al
1999 (dall’ 1.27% all’ 1.65% della popolazione scolastica).
Sostanzialmente tre sono le ragioni
di fondo di questo aumento.
-
Una maggiore tendenza, negli anni 90,
a clinicizzare situazioni individuali a diverso sfondo di disagio
intellettivo e relazionale, in misura nettamente maggiore del passato.
Infatti l’area in forte aumento di certificazione non è quella delle
disabilità tradizionali, ma di quelle vicine al disagio sociale,
relazionale, cognitivo e psicologico in genere. La tendenza è costante
e segnala una sofferenza sia della scuola che della società ad accogliere
le differenze senza clinicizzarle. Inoltre, spesso la scuola e il territorio
vivono con medesime sofferenze sia i casi di disagio sociale che quelle
di disabilità psicologica: quando in alcune zone il disagio sociale
è elevato, la scuola tende di più a premere per la certificazione.
Sulla questione delle certificazioni
cliniche è al lavoro un gruppo del Comitato tecnico che sta studiando,
con esperti del Ministero della Sanità, la predisposizione di nuovi
atti di indirizzo che rendano più significative le certificazioni
(e più deontologicamente fondate sul piano clinico).
-
Una perversa relazione tra certificazioni
e risorse docenti, tali da provocare alcune spinte implicite a favorire
la certificazioni. Le recenti norme sugli organici, tra cui la nuova relazione
di 1 posto ogni 138 alunni, dovrebbe nel tempo produrre gli effetti regolativi
sperati.
-
Un costante aumento, nel decennio, di
iscrizioni e frequenze nella scuola secondaria. Il primo anno di applicazione
della Legge sull’aumento dell’obbligo ha reso questa tendenza molto forte,
aumentando comunque percentualmente il numero di alunni in situazione di
handicap.
Il tema delle certificazione di handicap
è di complessa interpretazione, mette insieme questioni cliniche
e questioni sociali sul significato di differenza, è tema che presente
anche negli altri paesi della Comunità europea (con fortissime differenze
epidemiologiche). Non è un caso, infine che il territorio di ambiguità
sulle certificazioni è quello dell’area psicologica.
Forse è giunto il momento
di una revisione delle certificazioni di handicap in senso generale, anche
studiando ipotesi alternative e più congruenti, quali ad esempio
il modello Specials needs.
C’è inoltre una questione
generale legata all’assenza di un’anagrafe nazionale organica delle persone
in situazione di handicap. Il sistema sanitario, la scuola, la previdenza
e il mondo del lavoro utilizzano codifiche e dati spesso non collegabili
tra loro.
Al proposito, il gruppo di lavoro
per le certificazioni cliniche ha preso i primi contatti con l’ISTAT, che
ha avuto l’incarico dal Ministero degli Affari Sociali di attivare la prima
anagrafe nazionale dei soggetti in situazione di handicap. Il gruppo di
lavoro partecipa con particolare interesse all’azione dell’ISTAT, in quanto
è ormai evidente che le tradizionali classificazioni utilizzate
nella scuola non offrono più contributi interpretativi significativi.
Una buona anagrafe delle persone in situazione di handicap, dalla nascita
e per tutta la vita, permetterà, inoltre, di poter seguire l’evoluzione
di tutti i soggetti. I lavori proseguono, prevedendo una prima mappatura
dei certificati nella scuola nel 2001.
Un altro dato significativo è
l’aumento delle certificazioni dalla scuola materna (1.06%) alla scuola
elementare (1.99%) alla scuola media (2.53%). La tendenza è costante
nel decennio. Si tratta di una questione molte volte affrontata e che risente
da un lato (positivo) della tendenza ad "attendere" in alcuni casi l’evoluzione
del bambino prima di certificare, dall’altro (negativo) l’aumento della
distanza tra le attese della scuola normalizzatrice e i comportamenti del
bambino. Si può parlare, in quest’ultimo caso di iatrogenesi della
scuola (e dei servizi sociosanitari) che tendono a rovesciare sull’alunno
anche i problemi di difficoltà di accoglienza e di individualizzazione
degli insegnamenti in contesti normali.
-
Gli alunni in situazione di handicap
sono dappertutto
Due terzi delle scuole italiane hanno,
tra i loro alunni qualcuno portatore di disabilità. La situazione
è diversa nell’istruzione superiore, dove i disabili si concentrano
prevalentemente negli istituti professionali.
Quindi la situazione di handicap
è questione comune di gran parte delle nostre scuole, segnalandone
una specifica territorialità che non sembra indicare né particolari
concentrazioni in alcune scuole né grandi distanze tra i contesti
sociali di vita e la frequenza scolastica
-
L’alunno in situazione di handicap
ha un successo più lento
I dati ci segnalano che circa il 12%
degli alunni in situazione di handicap risulta respinto o non valutato,
per ogni anno scolastico. Il dato è clamoroso, in particolare, leggendo
i dati del passaggio dalla scuola media alla scuola superiore nel 1999/2000,
nella quale gli alunni handicappati che per effetto dell’elevamento dell’obbligo
transitano nella prima superiore sono circa metà degli alunni certificati
per leva di nascita. E’ una tendenza quindi molto significativa quella
di "ritardare" la progressione scolastica, soprattutto negli anni di passaggio
tra un ciclo scolastico e l’altro. Le ragioni sono molteplici e tutte da
approfondire: c’è da un lato una tendenza ad interpretare la maggiore
lentezza come aiuto alla maturazione, dall’altro è diffuso il timore
(soprattutto nei genitori) del rischio del passaggio ad altro ciclo se
non vi sono condizioni positive di accoglienza. Nel caso dell’handicap,
la continuità è fondamentale, ma soprattutto dalla scuola
media alla superiore è strategica per un progetto di vita che pensi
efficacemente dopo la scuola.
|
2.2
|
|
L’obbligo
scolastico e formativo, il rapporto scuola/lavoro |
L’innalzamento dell’obbligo scolastico
e l’obbligo formativo mettono ormai l’adolescenza al centro dell’integrazione
scolastica.
Nella scuola superiore gli alunni
disabili inseriti sono passati da 14.550 dell’anno 1998/99 a 21.330 del
1999/2000: un aumento del 50%!
Significativo, peraltro, è
il fatto che l’aumento non riguarda tutta la leva: circa metà degli
alunni disabili completa l’obbligo a 15 anni ancora nella scuola media,
ma il dato è comunque molto significativo.
Mancano, tuttavia, ancora dati significativi
sul prosieguo degli studi e dei diversi percorsi di vita. E’ in preparazione,
al proposito, una ricerca del Comitato tecnico.
In questi ultimi anni numerose sono
state le azioni per adeguare la scuola secondaria al successo formativo
dei nostri alunni disabili. Particolarmente l’istruzione professionale
ha operato con progetti mirati, tra cui merita ricordare il Progetto
Cigno, la verifica del quale si è svolta con un convegno nazionale
a ottobre scorso a Napoli. Il Progetto, finanziato dalla DGIP e dal FSE,
ha coinvolto 6000 docenti su aspetti didattici, curricolari, organizzativi,
certificativi e soprattutto di alternanza tra scuola e lavoro nella linea
del cosiddetto progetto di vita, tra cui la formazione di cooperative
per la transizione degli alunni disabili al lavoro. L’esperienza, altamente
significativa, va oggi disseminata nel sistema scolastico superiore come
esempio di innovazione ad alto valore formativo. Tuttavia tre questioni
si segnalano come particolarmente urgenti.
-
Quasi tutti negli istituti professionali
Più di due terzi degli alunni
in situazione di handicap si iscrivono all’istruzione professionale e agli
istituti d’arte. L’istruzione professionale è quella, per tradizione,
più vicina a quell’area sociale di giovani che hanno meno chanches
di successo formativo elevato e quindi più capace di accogliere
tutti. Ma non è affatto vero che questo sia opportuno per tutti
gli alunni in situazione di handicap. Pare cioè che l’orientamento
degli alunni disabili dopo la terza media sia condizionato più che
dalle loro reali potenzialità, invece dalla capacità di accogliere
tutti da parte di tutti gli istituti superiori: gli istituti professionali
sanno accogliere meglio gli alunni. E’ una forma, più o meno mascherata,
di discriminazione a priori.
L’attuale normativa prevede una suddivisione
dei docenti di sostegno secondo aree disciplinari. L’effetto è di
forte casualità sulle prestazioni professionali di sostegno, anche
legate alle motivazioni effettive di questi docenti. Sulle competenze necessarie
nella scuola secondaria, l’impegno è di rivedere la materia complessivamente.
Si segnalano, come particolarmente significative, esperienze di tutoring
svolto da giovani ex studenti della scuola che aiutano la persona disabile
ad inserirsi come particolarmente significative di un approccio totalmente
diverso alla persona piuttosto che quella di un sostegno ancora connesso
alle discipline.
-
Dalla scuola al progetto di vita
L'innalzamento dell'obbligo è
importante per gli alunni disabili sia per motivi quantitativi sia qualitativi.
Molti consigli di classe hanno realizzato significative esperienze di orientamento,
lavorando a progetti integrati finalizzati alla valorizzazione delle potenzialità
dei giovani disabili e hanno condotto esperienze di accoglienza improntate
alla cultura della diversità. Ma non sempre sono state messe in
atto tutte le risorse utili per un corretto orientamento, per una valorizzazione
di tutte le diverse potenzialità.
Le questioni relative all'apprendistato
per gli alunni disabili, in questi due primi anni di elevamento
dell'obbligo, non hanno trovato
ancora sufficiente spazio e risorse nella scuola e per la scuola.
Il monitoraggio delle esperienze
(positive e negative) relative all'innalzamento dell'obbligo di istruzione
e delle difficoltà incontrate,
è uno dei primi compiti che l'Osservatorio si propone di svolgere.
Realizzare per un alunno disabile
un progetto di vita, significa realizzare un percorso formativo - culturale
e professionale – anche nella prospettiva della educazione permanente.
In questo percorso le diverse dimensioni della persona - affettiva, sociale,
lavorativa - s'intrecciano in un progetto per l'alunno e per la classe.
Questo progetto dovrebbe vedere impegnati la scuola, la famiglia e le istituzioni
del territorio.
Numerosi sono ancora i problemi
aperti che riguardano l’accompagnamento dell'allievo disabile verso il
lavoro, la continuità fra i percorsi nella scuola e nella formazione
professionale o nei centri per gravi
o nel lavoro. Pochissimi sono i
disabili presenti nelle scuole serali negli IFTS o nei percorsi di educazione
continua. Vi sono anche problemi che rendono difficile ai disabili l'accesso
alla scuola, non si tratta solo di barriere architettoniche o di ausili,
ma dell'utilizzo da parte dell'allievo disabile dei laboratori.
Problemi analoghi si presentano
nel realizzare gli stage. La recente legge sul collocamento mirato delle
persone disabili prevede il rimborso del 50%per la modifica del posto di
lavoro occupato da un disabile.
Si devono infine individuare possibili
strade non solo per realizzare percorsi integrati verso il lavoro, ma anche
forme di lavoro effettivamente proponibili (ad esempio attraverso cooperative
sociali).
Numerose sono le esperienze sperimentali,
sempre connesse con politiche locali. La recente Legge sul collocamento
offre maggiori spazi di relazione tra scuola, servizi locali e mondo economico
per garantire a tutti il massimo di opportunità professionale dopo
la scuola. La strategia non può che essere quella dell’integrazione
tra servizi territoriali, per passare dalla fase della buona volontà
ad un sistema integrato. Non c’è cosa peggiore dell’illusione della
socializzazione che termina finita la scuola, abbandonando l’handicap nella
vita adulta al caso.
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2.3
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Gli insegnanti
di sostegno: risorse e problemi |
I dati sul monitoraggio, precedentemente
presentati, segnalano la complessità del ruolo effettivamente svolto
dagli insegnanti di sostegno nel nostro paese, con le contraddizioni presenti
in diverse scuole sul loro grado o meno di integrazione con le attività
complessive della scuola.
Nonostante 25 anni di indicazioni
sul ruolo degli insegnanti di sostegno per la classe e non per il solo
alunno in situazione di handicap, l’integrazione di questi insegnanti con
il complesso delle attività scolastiche è ancora molto differenziato
da scuola a scuola, da classe a classe. Contano molto, come prima si diceva,
i comportamenti individuali e collettivi di ogni singola scuola.
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La relazione docenti / alunni e la
questione 1:138
Gli alunni certificati nell’anno scolastico
1999/2000 sono 124.155, gli insegnanti di sostegno sono in tutto 60.457,
con un rapporto di 1 docente ogni 2,8 alunni.
Con la Legge 448/98, come noto, il
calcolo dei posti di sostegno non avviene più con la formula 1 posto
di ruolo ogni 4 alunni certificati (e il resto del bisogno nella cosiddetta
deroga, alimentatrice di precariato per le nomine di insegnanti non di
ruolo), ma con la formula 1:138, tendente a regolarizzare e stabilizzare
gli organici dei docenti con uno standard demografico.
Tuttavia, se si tiene conto che la
popolazione scolastica è di 7.920.000 alunni, la relazione nazionale
"teorica" , rispetto alla Legge 448798, sarebbe pari a circa 57.400 posti
di sostegno in ruolo. Vi sono quindi circa 3.000 posti che i provveditori
agli studi utilizzano "in deroga" assumendosi la responsabilità
per via della complessità accertata delle situazioni di fatto. Si
tenga conto, inoltre, che dal 1999 l’applicazione della Legge è
avvenuta gradualmente, cercando di ricondurre le province esuberanti e
quelle carenti ai margini previsti dalla Legge entro tempi definiti. La
questione deriva dai diversissimi comportamenti territoriali che nel passato
avevano determinato organici docenti molto differenziati da provincia a
provincia.
E’ tuttavia da segnalare che l’eccedenza
dei posti di sostegno rispetto alla formula 1:138 deriva anche dall’elevamento
dell’obbligo scolastico e, cioè, dal fatto che ben 7000 alunni certificati
in più frequentano la prima classe delle scuole superiori. La formula
1:138 risponde bene ad un arco temporale di frequenza pari ai precedenti
8 anni di obbligo, ma tiene meno quando l’obbligo aumenta a 9 anni. La
tendenza va tenuta sotto controllo, come svolto quest’anno, al fine di
regolarizzare la situazione anche con studi di fattibilità di nuove
relazioni demografiche. Ma il sostanziale non aumento effettivo delle richieste
di sostegno alimentano la necessità di mantenere un modello di calcolo
dei posti relazionato alla popolazione complessiva.
-
Troppi insegnanti variabili
I concorsi, da poco conclusi, non hanno
ancora prodotto nel 2000 gli effetti di stabilità e di continuità
degli insegnanti di sostegno, come da tutti auspicato.
Su 60.457 insegnanti di sostegno,
ben 6 su 10 sono a tempo indeterminato, gli altri 4 sono a tempo determinato.
E’ appena il caso di sottolineare che, poiché le nomine attualmente
in corso non copriranno tutte le sedi necessarie, la questione dell’eccessiva
mobilità non verrà del tutto risolta.
Si ricorda, ancora, che circa 4.500
docenti di sostegno a tempo indeterminato passano, ogni anno, nei ruoli
normali aumentando la variabilità professionale.
Da uno studio svolto su un campione
di casi, si rileva come dalla scuola dell’infanzia alla scuola elementare
alla scuola media, il numero di docenti di sostegno che mediamente incontrano
un alunno in situazione di handicap è circa il doppio dei tre docenti
ideali.
Se si tiene conto della mobilità
del personale a tempo indeterminato e dell’aleatorietà di quello
a tempo determinato, si può ben dire che gli alunni in situazione
di handicap hanno insegnanti per loro dedicati con il più alto tasso
di variabilità di tutto il sistema scolastico. Il fatto è
paradossale, pensando alle esigenze di maggiore continuità necessaria
per questi alunni.
Si è già detto, al
proposito, che l’eccessiva mobilità di anno in anno degli insegnanti
determina un livello di prestazione professionale degli insegnanti di sostegno
più bassa, in quanto non hanno il tempo di legare con i colleghi,
e più facilmente sono portati a ruoli di delega e isolamento: la
soluzione del problema ha quindi forte valore qualitativo per evitare che
il sostegno si riduca a segregazione didattica.
La questione determina giuste proteste
nei genitori, con i quali sono stati svolti numerosi incontri, nonchè
interventi diretti con i provveditori al fine di individuare le soluzioni
meno dolorose per tutti.
Nell’anno scolastico in corso, attraverso
le nomine in ruolo e la garanzia della triennalità di sede, si potrà
avere finalmente una situazione nettamente migliore. Inoltre, al fine di
evitare che le nomine aumentassero durante l’anno il cambiamento di insegnanti,
si sono date indicazioni ai dirigenti scolastici per scegliere la soluzione
più opportuna possibile, anche mantenendo in servizio i docenti
a tempo determinato.
E’ intenzione dell’Amministrazione
studiare tutte le soluzioni, d’intesa con le organizzazioni sindacali,
per garantire il massimo di continuità didattica per tutti gli alunni.
Forse, però, è giunto
il momento di rivedere alla radice il modello contrattuale che regola le
prestazioni dei docenti, superando con coraggio una logica troppo impiegatizia
che non tutela a sufficienza i diritti di apprendimento dei nostri alunni.
Forse è giunto anche il momento che, nei contratti riguardanti professioni
al servizio della persona, siano presenti soggetti di tutela dei diritti
delle persone, con forza contrattuale propria. In questo modo forse si
renderebbe più efficiente il servizio pubblico, forse si ridurrebbe
la palude che induce spesso alla lentezza burocratica da parte delle amministrazioni
e alla logica corporativa nei contratti, anche incentivando economicamente
le professionalità più dedicate.
Quanto detto vale, ovviamente, non
solo per i contratti del comparto scuola ma per tutti quei comparti (es.
enti locali, sanità) nei quali si erogano servizi alle persone.
Un’ulteriore questione attiene alla
presenza di pochi insegnanti specializzati tra quelli a tempo determinato.
In molte province del nord le graduatorie di supplenti specializzati sono
esaurite. I corsi di specializzazione attualmente in attività potranno
tra breve risolvere la situazione. In questa fase si è provveduto
ad indicare ai dirigenti scolastici l’opportunità di individuare
e preferire, nelle nomine, i docenti a tempo determinato anche con lo svolgimento
del solo primo dei due anni del corso di specializzazione
-
Il nord abbandona le professioni
a mission sociale?
Un dato eclatante e recente riguarda
il fatto che gli insegnanti di sostegno a tempo determinato nelle regioni
settentrionali (e in particolare nel Piemonte e Lombardia) sono prevalentemente
meridionali. Il fenomeno riguarda anche gli altri insegnanti, ma nello
specifico settore è particolarmente cospicuo. Si tratta, com’è
ovvio, di un fenomeno connesso al diverse opportunità date dal mercato
del lavoro tra nord e sud e dell’accettazione degli insegnanti meridionali
a trasferirsi, almeno per i primi anni della carriera.
La questione è accentuata
dal fatto che negli attuali corsi di specializzazione all’insegnamento
di sostegno, mentre nelle regioni meridionali i concorrenti ai corsi superano
mediamente di tre o quattro volte i posti ammessi, nelle regioni settentrionali
molti di questi corsi sarebbero semivuoti se non venissero a frequentarli
insegnanti precari meridionali. Dati simili riguardano anche altre professioni
a forte mission sociale.
In sostanza, sempre meno settentrionali
sono disposti ad accettare professioni pubbliche a valenza sociale.
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2.4
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L’integrazione di competenze
nella scuola |
Con la statalizzazione del personale
ATA delle scuole materne ed elementari, prima comunale, si sono aperte
nuove questioni sul ruolo di questo personale per l’integrazione degli
alunni in situazione di handicap e, più in generale, sulle competenze
degli enti locali in termini di assistenza sia generica che specialistica.
L’Amministrazione è intervenuta
in numerose situazioni, ha promosso un accordo di massima con l'Anci (settembre
2000) al fine di superare la contraddizione tra la percezione degli enti
locali di aver esaurito il compito assistenziale scolastico in genere e
la diversa natura dei contratti statali e comunali del personale ATA. In
molti comuni, infatti, al personale ATA venivano prima attribuite competenze
di assistenza generale. La questione è ancora fluida e dovrà
certamente trovare soluzione nell’ambito della Legge sui servizi integrati,
tenendo conto in ogni caso di una corretta valorizzazione del personale
ATA ora statalizzato che, come prima, deve sentire un proprio ruolo di
responsabilità nel complesso impegno della scuola.
La materia ha avuto anche un forte
contenzioso con le organizzazioni sindacali e va risolta quanto prima in
modo definitivo, attribuendo al personale ATA responsabilità (e
non semplici atti di buona volontà) evitando chiusure corporative
sia per azioni di aiuto all’integrazione scolastica dei portatori di handicap
sia di altre attività di supporto all’organizzazione della scuola.
La questione dimostra ancora una
volta la necessità di rivedere a fondo il modello contrattuale delle
professioni al servizio della persona.
Tuttavia il problema del personale
di accompagnamento e di assistenza speciale rimane aperto, ha diversissime
soluzioni da ente locale ad ente locale, determinando effettive disparità
di trattamento verso gli alunni disabili.
Anche in questo caso la logica della
concertazione è la via che si sta perseguendo, valorizzando in pieno
anche l’autonomia delle scuole come partner del territorio per l’integrazione
complessiva di ogni persona disabile. In questo senso numerose sono le
iniziative di collaborazione attuate con il terzo settore e con il mondo
associativo in genere, da sviluppare e valorizzare come la terza gamba
(scuola, enti locali, volontariato) dei servizi integrati.
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CAPO 3 |
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LA FORMAZIONE
DEL PERSONALE |
La Legge 69/2000 ha permesso di implementare
di un miliardo anche la formazione attinente all’handicap. Complessivamente
i finanziamenti per la formazione sono stati, per il 2000, pari a L
5.542.000.000.
Il finanziamento ha investito due
importanti attività di formazione.
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3.1
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I corsi di alta qualificazione
per gli insegnanti di sostegno |
Come noto, i corsi di alta qualificazione,
previsti dall’OM 169/98, sono particolarmente dedicati agli insegnanti
di sostegno a tempo indeterminato per sviluppare maggiori competenze verso
l’integrazione degli alunni disabili sensoriali ma più in generale
per affinare strategie e metodologie didattiche di sviluppo dei potenziali
di tutti gli alunni. I corsi hanno la durata di 80 ore e sono stati progettati
e seguiti dai Glip.
Nell’anno 2000 i corsi realizzati
in tutta Italia sono stati 148, con la partecipazione di circa 4000 docenti.
La valutazione in itinere di questi
corsi è sufficientemente positiva, ha permesso ai docenti di sostegno
di acquisire migliori competenze ed ha determinato una maggiore percezione
di identità.
Tuttavia, si segnala il fatto che
in alcune province non si è effettuato alcun corso.
Per l’a.s. 2000/2001, il piano di
attuazione prevede un aumento dei corsi fino al numero di 174, l’avvio
di questi anche nelle province finora assenti e, insieme, un piano di monitoraggio
degli esiti formativi.
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3.2
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I corsi di formazione
per tutti i docenti |
Come noto, il D.I. n. 460/98 prevede
la costituzione di corsi di formazione per tutti i docenti a tempo indeterminato
al fine di aumentare le competenze diffuse sull’integrazione scolastica
e permettere, con una scansione graduale di 7 livelli di specializzazione,
di acquisire anche il titolo di specializzazione. L’Amministrazione attribuisce
importanza strategica a questi corsi, in quanto rompono la tradizionale
delega ai soli insegnanti di sostegno sui temi dell’integrazione scolastica.
Nell’anno 1999 i provveditorati capoluogo
di regione erano stati finanziati per realizzare, come capofila, progetti
regionali di formazione che coinvolgessero le università. In questo
modo si è cercato anche di costruire un circuito virtuoso tra sistema
scolastico e università, utile anche a definire meglio l’intero
sistema formativo per le competenze professionali sui sui temi dell’integrazione
scolastica.
Sono pervenuti progetti definiti
per 14 regioni. Sulle restanti si è aperta una verifica per il ritardo.
Con l’anno 2000, finalmente, questi corsi partono in via sperimentale un
tutte le regioni con il primo modulo.
Per generalizzare a regime questo modello di formazione
come ulteriore strumento per acquisire il titolo di specializzazione, occorrerà
però una modifica legislativa, dal momento che l’art. 14 della Legge
104/92 consente ormai la specializzazione solamente attraverso corsi universitari.
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3.3
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I corsi di specializzazione
gestiti dalle università |
I corsi per la specializzazione nel
sostegno sono, come noto, di competenza del sistema universitario. Tuttavia
numerosi sono stati gli interventi del Ministero della Pubblica Istruzione
e del Ministero dell’Università per via di numerose discrasie sorte
nella gestione dei corsi, al punto da metterne, in alcuni casi, in discussione
la validità . In questa Relazione se ne accenna come questione aperta
e che va meglio definita nelle regole e nella trasparenza.
Resta fermo che questi corsi sono
transitori in attesa del completamento dei curriculi universitari attinenti
alla formazione dei futuri insegnanti. Preme in questa Relazione sottolineare
la necessità che il tema dell’handicap trovi sede formativa normale
nei curriculi di tutti i futuri docenti con una quota sufficiente a maturare
una buona competenza professionale di base verso l’integrazione, e assieme
a questa base comune la possibilità di specializzazione all’interno
del percorso accademico.
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4.1
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Gli istituti atipici
e il Regolamento attuativo |
Si è completato il lavoro
di predisposizione della bozza di Regolamento attuativo della riforma dei
cosiddetti istituti atipici, prevista dal comma 10 dell’art. 21 della Legge
59/97.
Si tratta di quattro antichi istituti
di assistenza, scolarizzazione e intervento verso i minorati sensoriali,
con cospicui patrimoni e lasciti, ma che hanno via via esaurito il loro
compito con la chiusura delle scuole speciali e il passaggio delle competenze
agli enti locali.
La Legge prevede che questi istituti
siano ridefiniti come enti di supporto alle scuole dell’autonomia.
In questo senso la bozza di Regolamento
prevede l’istituzione di due enti nazionali di ricerca e supporto, l’uno
per i minorati della vista l’altro per i minorati dell’udito, gestiti con
forte struttura propositiva e semplificazione dei comportamenti, al fine
di rendere efficacemenente supportivi questi enti verso le scuole evitando
la riproposizione di nuove burocrazia e nicchie di potere.
Come noto, la Legge 69/2000 finanzia
il rilancio di questi istituti per una cifra annua di circa 13 miliardi.
L’Ufficio Legislativo del Ministero,
dopo il lavoro istruttorio svolto da appositi gruppi di lavoro, e dopo
aver sentito le associazioni del settore, ha inviato al Governo la bozza
del Regolamento per l’avvio dell’iter legislativo previsto.
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4.2
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I centri servizi territoriali
per l’integrazione |
Nell’ambito della riorganizzazione
delle responsabilità nel sistema scolastico, una questione a cui
l’amministrazione ha dedicato particolare attenzione, in questo anno, è
stato l’esigenza di valorizzare e portare a sistema le numerose esperienze
già presenti di sedi di supporto alle scuole e al territorio sui
temi dell’integrazione scolastica delle persone in situazione di handicap.
Tale attenzione è connessa
al lavoro istruttorio che si sta svolgendo nell’ambito della riforma dell’amministrazione
periferica, che prevede la nascita di centri servizi territoriali a supporto
delle scuole.
La ricognizione, svolta quest’anno
in numerosi incontri di lavoro, ha evidenziato la presenza di cinque tipologie
di strutture dedicate all’handicap a scuola:
-
scuole-polo a cui il Glip e i
provveditorati hanno assegnato compiti di supporto in rete alle scuole,
come sedi di documentazione e informazione;
-
strutture provinciali di supporto
e informazione promosse dai provveditorati;
-
centri servizi integrati composti
da scuole, volontariato, enti locali;
-
centri servizi degli enti locali,
ai quali le scuole si rivolgono come clienti;
-
scuole autonomamente strutturate
in rete per specifici progetti di integrazione (es. il circuito Feurestein)
In molte province sono presenti più
tipologie di strutture, a volte non in rapporto se non in contrasto tra
loro, in alcune province i centri servizi sono inesistenti o molto deboli,
in altre sono fortemente attivi e integrati.
Nella logica della sussidiarietà,
non è ovviamente possibile immaginare un unico modello nazionale
di centri servizi territoriali. Tuttavia, il lavoro svolto in questi mesi
suggerisce che lo specifico dell’handicap trovi sedi di supporto fortemente
integrate con le realtà territoriale e in particolare con gli enti
locali, evitando canali paralleli di servizi tutti interni alla scuola.
L’esperienza finora svolta suggerisce
che l‘handicap sia tema trasversale e comune a tutti i centri servizi territoriali
dell’amministrazione scolastica e insieme trovi sedi di supporto non autoreferenziali
ma integrate con tutta la vitalità territoriale.
In generale, l’esperienza dimostra
che più i centri servizi sono orizzontali (e quindi comunicanti
con il territorio su tutti i temi educativi) più sono attivi ed
efficaci. Infine, nella formazione dei centri servizi è doveroso
non percorrere strade di nuove burocrazie tecniche, quanto quella di sviluppare
strutture efficaci e snelle, sottoposte a frequente verifica, flessibili
nell’organizzazione e verso le quali le scuole non si debbano sentirsi
né clienti né succubi, ma partner e soci, nella logica della
circolarità e trasferibilità delle esperienze.
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4.3
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|
Le certificazioni
scolastiche e i nuovi curricoli per competenze |
Per quanto attiene alle situazioni
di handicap, certificazioni scrutini ed esami sono stati sempre un tema
tormentato, incuneato tra esigenze formali dei certificati scolastici e
processi sostanziali di scolarizzazione.
Tutta le recente normativa pone in
discussione i modelli certificativi e valutativi degli alunni nel loro
percorso formativo. Ad esempio, al termine dell’obbligo la scuola deve
comunque rilasciare un certificato di competenze acquisite se l’alunno
non supera l’anno o non intende proseguire il percorso scolastico.
Queste sono anche le indicazioni
presenti nella Risoluzione del Consiglio della U.E. del 3 dicembre 1992
in quella del 15 luglio 1996 sulla trasparenza delle certificazioni.
Un nuovo sistema di certificazione,
inoltre, non solo può descrivere le competenze acquisite dall'alunno
disabile indicando in quale contesto le competenze e le capacità
conseguite possono realizzarsi, ma
- permette al Servizio informativo
(SIL), all'ufficio di collocamento o ai nuovi uffici per l'impiego di leggere
le competenze e le capacità conseguite dall'alunno disabile e di
avere quindi la possibilità di
trovare un lavoro più rispondente
possibile alle reali capacità dell'alunno,
- fornisce al datore di lavoro informazioni
chiare e univoche sulle competenze possedute dall'alunno disabile e su
come tali competenze possono esplicarsi,
- dà la possibilità
agli alunni di frequentare sistemi di formazione regionali o di rientrare
nel sistema formativo statale senza inutili ripetizioni, che significano
dispersione di energia,
- può essere utilizzato anche
per gli alunni disabili definiti "gravi" perchè possono fornire
informazioni anche per la scelta e l'inserimento in una situazione protetta.
A tale proposito, un gruppo di lavoro
del Comitato tecnico ha predisposto una serie di soluzioni certificative
delle competenze tali da aiutare a risolvere le questioni di natura formale
che spesso impediscono le iscrizioni da un ciclo scolastico all’altro e
dal una classe all’altra del ciclo, nella prospettiva del nuovo sistema
di certificazione delle competenze sia durante il percorso scolastico che
al suo completamento.
La certificazione di competenze proposta
tende ad individuare i potenziali presenti o residui e i contesti relazionali
(e tecnologici) entro i quali i potenziali possono trovare maggiore espressione.
Il gruppo ha consegnato la proposta
all’Amministrazione in vista della prossima Ordinanza su scrutini ed esami.
La proposta è realizzata tenendo conto anche della prospettiva del
riordino dei cicli che dovrà ridefinire tutto l’intero campo della
valutazione degli alunni.
Contemporaneamente, le numerose iniziative
di studio sui nuovi curricoli hanno maturato una serie di indicazioni utili
per la ridefinizione di questi nell’ambito della Legge sul riordino dei
cicli scolastici e in applicazione dell’art. 8 del regolamento per l’autonomia
didattica e organizzativa.
Il punto di vista degli alunni in
situazione di handicap è sempre presente in tutte le sedi del Ministero
dove si sta lavorando ai nuovi curricoli. Il Comitato tecnico sta, al proposito,
offrendo un costante contributo.
In particolare, si dovrà prestare
attenzione al ruolo della mediazione didattica fine e consapevole, ai contesti
di apprendimento, alle tecnologie didattiche come strumenti di facilitazione
e sviluppo degli apprendimenti.
I curricoli per competenze che si
stanno prospettando dovranno evitare di concludersi nell’individuazione
di soglie rigide di conoscenze o competenze da dover acquisire obbligatoriamente,
ma una corretta interpretazione del significato di competenza può
rendere possibile la strutturazione di curricoli che favoriscano apprendimenti
di tipo parallelo, alternativo, compensativo, residuale, utili a sviluppare
tutti i potenziali cognitivi di ogni persona, accettando la specifica disabilità
ma non fermandosi a questa.
Inoltre, l’utilizzo delle competenze nel sistema
di certificazione degli alunni (e in particolare di quelli disabili) dovrebbe
avere forte valenza formativa, ponendosi cioè come strumenti della
scuola per sviluppare, in modo generativo, strategie didattiche individualizzate,
alternative, compensative, utili a sviluppare tutti i potenziali individuali
di ogni alunno disabile.
Altrettanta attenzione si dovrà porre alla
questione dei crediti formativi, intesi anche nella valenza compensativa
tra una competenza e l’altra, secondo i reali potenziali di ognuno.
Da questo punto di vista, anche il Sistema Nazionale
di Valutazione dovrà prestare attenzione alle questioni degli alunni
disabili, evitando forme standardizzate di analisi degli esiti per una
più puntuale attenzione ai processi e alle forme compensative di
apprendimento.
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4.4
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Le relazioni internazionali |
Il Ministero della Pubblica Istruzione
è presente con suoi rappresentanti nella European Agency for
Development in Special Needs Education.
L’Agenzia, di emanazione della Comunità
europea e operante sui temi dell’integrazione scolastica, ha sede a Copenaghen
e rappresenta i ministeri dell’istruzione di tutti i paesi della Comunità
europea più i paesi dell’est Europa in attesa di entrarci, più
la Svizzera come osservatore. Svolge un compito di scambio, promozione
e ricerca per i paesi membri.
L’Agenzia, che ha sei anni di vita,
ha visto finora una partecipazione non particolarmente intensa da parte
del nostro paese, pur essendoci in tutta Europa un forte interesse conoscitivo
verso l’esperienza italiana.
E’ interesse del nostro paese consolidare
la sua presenza in Europa e di favorire gli scambi internazionali.
A tale scopo, il ministro ha confermato
la nostra presenza nell’Agenzia, nominando l’isp. Raffaele Iosa come Rappresentative
Board, si sono presi contatti più diretti con l’ufficio di presidenza.
Le conclusioni di questa prima fase
di contatti sono particolarmente interessanti e di concretizzano in due
azioni già in corso di realizzazione:
-
l’organizzazione della Conferenza annuale
dell’Agenzia a Roma, e in Italia per la prima volta, il 22, 23 e 24 marzo
del 2001. Si tratta di un’occasione di maggiore presenza e partecipazione
del nostro paese allo scambio entro la Comunità europea;
-
la predisposizione di una proposta di
lavoro per l’Agenzia, già condivisa dall’ufficio di presidenza,
perché questa si faccia promotrice di una "Carta europea dei diritti
della persona in situazione di handicap", a seguito della Carta dei diritti
di Nizza, come sviluppo anche sociale della politica europea, avente lo
scopo di rendere equivalenti negli esiti i servizi per l’integrazione e,
in ogni caso, di favorire la mobilità dei portatori di handicap
in tutti i paesi europei, con i medesimi diritti.
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