Associazione Medici Cattolici Italiani

Sezione di Ferrara


 

Mons. Giulio Zerbini
Vicario Arcivescovile della diocesi di Ferrara-Comacchio

Omelia nel centenario della nascita e decennale della morte del prof. Gioan Battista Dell’Acqua
Cattedrale di Ferrara,13 febbraio 2001

"Non capite ancora?"
Mc 8, 14-21

Abbiamo ascoltato un brano del Vangelo di Marco nel quale si fronteggiano la consapevolezza e l’ottimismo solare di Gesù da un lato, e dall’altro il gretto egoismo e la totale chiusura spirituale degli Apostoli.

Essi sono preoccupati per il pane. Gesù, è vero ha appena sfamato cinquemila persone, ma essi pensano che questo miracolo non si ripeterà tutti i giorni. E sono preoccupati perché dispongono di un solo pane, ed esso certamente non può bastare per la fame di Gesù e di loro, giovani e robusti pescatori. Fanno i conti con la loro esperienza, in base alla loro matematica. "Non capiscono ancora" che la loro sicurezza è Gesù, che la loro fortuna consiste nel potersi realizzare mediante Gesù. Gesù invece è sereno, perché sa di che cosa ci si deve veramente preoccupare: il Padre lo ha mandato per gli uomini che ama infinitamente. Gesù sa che le persone umane sono il "lato debole" del Padre, il quale, quando sono in gioco le loro necessità e i loro desideri, non bada ai mezzi e agisce in grande, perché si tratta dei suoi figli. "Il Signore è il mio Pastore, non manco di nulla". "Ora se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani verrà gettata nel forno, non farà assai di più per voi, gente di poca fede?". Nel racconto della moltiplicazione, come è nel Vangelo di Giovanni, è Gesù che domanda: "Dove possiamo comperare il pane, perché costoro abbiano da mangiare?…". Ma, sottolinea l’evangelista, Egli sapeva bene quello che stava per fare! E Andrea, l’apostolo che non capisce ancora: "C’è qui — dice — un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci: ma che cosa è questo per tanta gente?". Gesù prende in considerazione lo scopo prima dei mezzi. E quando lo scopo è l’uomo, la persona umana e la sua integrale salvezza, Egli non si arresta davanti a nulla, neppure davanti alla morte: "Padre, ti ringrazio che mi hai ascoltato" dice davanti alla tomba di Lazzaro. "Io sapevo che sempre mi dai ascolto"… . Gesù sa di poter contare sempre su chi — come il Padre — la pensa come Lui. Su chi — come Dio — è sempre pronto a scommettere sull’uomo e a rischiare per l’uomo. Ancora alla fine, doveva rimproverare gli Apostoli: "Quando vi ho mandato senza borsa, né bisaccia, né sandali, vi è forse mancato qualcosa?". Ma poi la lezione è stata capita. La storia della Chiesa, la storia della carità cristiana è piena di figure temerarie; artefici di grandi iniziative, che sono partiti con la più radicale mancanza di risorse economiche per arrivare a imponenti realizzazioni. Potrei ricordare, per i tempi moderni, S. Giuseppe Benedetto Cottolengo nel campo della assistenza sanitaria, Santa Francesca Cabrini splendida di opere grandiose nella miseria della emigrazione italiana, S. Giovanni Bosco nel campo della educazione giovanile. Padre Agostino Gemelli nel campo della cultura e della formazione universitaria. Tutti pessimi finanzieri, che si sono fatti sapientemente irragionevoli in vista dell’uomo. Ebbene, se è permesso un accostamento, trovo che qualcosa di questa sapiente temerarietà brillava anche nel nostro professor Gioan Battista Dell’Acqua. Quando leggo tutto quello che ha realizzato nella sua vita, quello che in particolare ha saputo fare per la nostra Università, in fatto di ambienti, di strutture, di istituzioni e di organizzazione, mi chiedo anzitutto dove ha trovato il tempo, soprattutto se penso che non era soltanto un manager, ma restava un uomo di scienza, un comunicatore di dottrina e quindi necessariamente uno studioso. Mi chiedo anche come si poneva il problema dei mezzi, e devo rendermi conto che non tutto si può spiegare con la sua personale abilità di uomo di azione, con le sue eccezionali relazioni culturali e politiche e ancor meno con il naturale gusto della autorealizzazione e del successo. Le preoccupazioni, le contrarietà, i fastidi, le rinunce e le fatiche che ha dovuto affrontare richiedono un ampio supplemento di motivazione e di spiegazione. In realtà era un uomo di fede che poneva — anch’egli — lo scopo prima dei mezzi e le persone prima della struttura, prima della ragioneria e delle pastoie burocratiche. Un’azione quindi, la sua, nutrita di idealità, mossa da una ispirazione di personalismo e di umanesimo cristiano che si spiegano a sufficienza, se si pensa all’atmosfera spirituale propria di quel periodo tra Monnier e Maritain e se si pensa soprattutto alla sua amicizia e ai suoi rapporti con la forte e illuminata personalità di p. Agostino Gemelli.

Il prof. Dell’Acqua ha ingrandito e arricchito la nostra Università, le ha impresso uno slancio che poi non è venuto meno e che tuttora sussiste, l’ha aggiornata, aprendola al senso del nuovo, senza distaccarla dalle sue radici umanistiche, mantenendola in simbiosi con questa città, con la sua tradizione, la sua cultura, la sua anima e le sue domande, allenando colleghi, collaboratori, discepoli, amici, amministratori e uomini del governo e della finanza a pensare in grande e a scommettere sulla cultura. Se la Chiesa lo ricorda — a dieci anni dalla scomparsa — e gli è riconoscente per la sua vita integerrima e per la testimonianza autorevole della sua fede e della sua vita cristiana; se il mondo della cultura deve ammirarlo per la sua imponente produzione scientifica; se la Città e l’Università devono essergli riconoscenti per il vasto complesso di realizzazioni e di programmazioni che la onorano, bisogna qui affermare che tutta la società, quella nostra soprattutto, gli deve essere grata per la sua attualissima lezione, una lezione essenzialmente etica e religiosa: l’uomo deve essere posto davanti a tutto. Dove è in questione la dignità della persona, nel campo della ricerca scientifica, dell’assistenza ospedaliera e della formazione culturale e professionale della gioventù, le pavide invenzioni e i pretesti di impostazione aziendale, di bilanci in pareggio, se non in attivo, non devono trovare accoglienza. Una gestione saggia e responsabile delle risorse è doverosa per ogni amministratore, ma è veramente illuminata solamente quando sa subordinarsi al servizio e al bene dell’uomo. La nobile figura del prof. Gioan Battista Dell’Acqua resta in cattedra per ripeterci questa lezione. Fino a quando non avremo capito.


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