Atti del Quarto Convegno Nazionale
Culture e letteratura della migrazione - "Città identità culture"

Ferrara 15 - 16 aprile 2005

 

Esperienze didattiche


A cura di
Maria Calabrese Paola Cazzola Paolo Trabucco

 

 

Incontro con Tahar Lamri

a cura di Silvia Gallotta, Maura Tortonesi, Edda Tugnoli (IPSSAR “Orio Vergani” Ferrara)


Incontro con Helene Paraskeva

a cura di Maria Cristina Meschiari ( Liceo “L.Ariosto” – Ferrara)

 

 

AND THE CITY SPOKE

Bozzetti per le scenografie realizzati dagli studenti dell'Istituto "L.Einaudi" di Ferrara -

a cura di Mara Gessi

 

 

 

 

 

Incontro con Tahar Lamri
A cura di Silvia Gallotta, Maura Tortonesi, Edda Tugnoli
(IPSSAR “Orio Vergani” Ferrara)

E’ stato particolarmente gradito agli allievi l’incontro con Tahar Lamri che ha consentito la crescita culturale di coloro che saranno i veri protagonisti del domani; in un mondo in cui il dialogo, la tolleranza e la capacità di rapportarsi a “culture altre” sembrano perduti per sempre, soffermarsi sul valore educativo e formativo della parola ha costituito un alto momento di interiorità. La lettura dei testi di questo grande scrittore e la sua storia, narrata in modo semplice ma incisivo, hanno stimolato la creatività e ciò ha permesso ai ragazzi di scrivere poesie di grande sensibilità; eco dei sentimenti che si tramuta in emozioni grazie alla parola, momento particolare in cui siamo ancora capaci di sognare. Libertà di cultura, di sentimenti per eliminare barriere che la storia ha creato, libertà dei giovani per migliorare l’intera collettività.
Ognuno di loro ha comunicato qualcosa che “trasportava dentro di sé ed è riuscito a trasmettere la sua interiorità senza vergognarsi, dando voce ad un canto infinito, senza presente né passato.
Si sono resi conto che in ogni esperienza bella o brutta della vita ci sono sempre tanti motivi per essere felici ma bisogna essere capaci di trovarli: autenticità dei rapporti umani, impossibilità di progettarsi in futuro su misura perché “ciò che desideri non ti appartiene”, la certezza che “qualcuno” lassù non ti lascerà cadere.
Poesie spontanee, immediate con speranze e sogni ma anche delusione, scoraggiamento, sdegno di fronte alla ipocrisia ed alla indifferenza del mondo…Alla fine…”migrant writers”.


Il tramonto

Sono sola,
percorro l'infinito della mia mente
e riaffiorano mille ricordi
ormai dimenticati,
cancellati.
Tutto si fa più nitido,
quel tramonto,
la sabbia...
Il sole ci accarezava
e i nostri pensieri correvano
come le onde increspate del mare...
I sogni,
trasportati dalla corrente,
svaniscono,
infranti contro quella scogliera.

Sara Caselli – 5 G

Vola gabbiano
alto nel cielo della speranza,
sfiora i raggi del sole e della vita,
tuffati nel silenzio della pace,
giaci stanco sul lido della fiducia.

Andrea Castaldi – 3G

Certe volte

Certe volte sogno di essere il vento,
così poptrei accarezzare i tuoi capelli,
certe volte sogno di essere il sole,
così potrei riscaldare la tua pelle,
certe volte sogno di essere il tuo sorriso,
così potrei renderti felice in ogni momento,
certe volte sogno dio essere il tuo angelo,
così potrei proteggerti nel tuo cammino.

Alessandra Ferraresi – 4G

Cercavo...

Cercabvo la mia libertà
nella strada dell'indifferenza
per non vedere,
per non soffrire.
Cercavo la mia libertà,
l'ho trovata tra le mie lacrime
e nel tuo sorriso.

Laura Fornasini – 5G

Il vento della banalità

Soffia il vento della banalità
nelle strade
in passerelle ttrasformate,
nelle parole vuote
di chi ha nascosto i sentimenti
sotto un vestito,
dentro una nuvola di fumo,
dietro un muro invalicabile.
Soffia il vento della banalità
negli sguardi giudicanti
di chi per strada incroci,
di chi con un gestio di disprezzo
o con un sorriso
ti manda all'inferno
o in paradiso.
Soffia il vento della banalità
su questo mondo d'apparenze.

Laura Fornasini – 5G

Sorriso

Immaginavo un sorriso,
lo sognavo in un viaggio,
tra il fuoco
di una terra in fiamme,
tra la rabbia
di chi ha deciso per la vita altrui,
tra il fumo
di una sedia omicida.
L'ho immaginato partire da qui
e posarsi tra le lacrime
di un bimbo lontano.

Laura Fornasini – 5G

Vorrei...

Vorrei andare
dove il cielo incontra il mare.
Vorrei nuotare
tra cielo e mare.
Vorrei volare dove il cielo bacia il mare.
Vorrei...

Filomena Gravina – 5G

Per sapere di me...
dovrai andare per le strade,
dovrai chiedere al sole, alla luna, al mare..l.
Loro sanno di me.
Mi vedono passare,
ogni giorno ed ogni notte.
Per sapere di te...
dovrò percorrere mille cammini,
chiedere alle stelle, al destino.
E proprio il destino che un giorno
mi rivelerà
il tuo nome.

Giovana Ornela Ionno – 5G

La libertà

e' come andare e non tornare,
è come il vento che soffia,
è come il mare in tempesta,
è come una stella che cade,
è come il volo di un uccello.

Francesca Dattilo – 5HG

L'angoscia

L'angoscia è un tormento.
Ti prende,
ti rende impaziente,
ti isola,
ti rapisce...fino all'estremo.
Non angosciarti.

Olga De Falco – 5G


Virtù

E' virtù
questo profumo che si alza alto
dagli acri odori della massa?
Che sia fuoco fatuo
che risplende in un cimitero
abbandionato?
Oppure
solo illusioni
lievi profumi
di un attimo.
Li senti nelle narici,
scompaiono subito.
E tutto diventa odore punjgente.

Elena Cazzanti – 5G

Il pianto, le grida sono la nostra
sconfitta,
il pianto nei piccoli visi si trasforma
in sangue,
le grida nel vento diventano silenzio,
gli occhi tristi abbandonati a se stessi:
persone senza più dignità,
persone senza più speranza,
persone senza più identità chiamate percorrerenumero
ma, alla fine, parole su parole
che descrivono uno sterminio
senza dimenticarlo e tenerlo sempre
dentro.

Keti Cota – 1L


Amo tutto ciò che è stato

Amo tutto ciò che è stato,
tutto quello che non è più,
il dolore che ormai non mi duole,
l'antica ed erronea fede,
l'ieri che ha lasciato il dolore,
quello che ha lasciato allegria
solo perché è stato, è volato
e oggi è già un altro giorno.

Sabrina Barbini – 3G

Balocchi di legno abbondano
in bianche camere immacolate.
Palle di cuoio vengono rincorse
da nere scarpe chiodate in
perfetti verdi prati.
Bambini color ebano si levano
da giacigli di paglia e legno
per creare giocattoli che non
toccheranno mai.
Palloni di stracci alleviano le
fatiche di bambini abbronzati
dal solo dei cantieri.
Bambole di rifiuti divengono
figlie per le piccole donne delle miniere.
Sotto un maestoso abete
addobbato,m bambini felici
scartano giocattoli di cui
non si chiederanno la provenienza.
Ma i bambini color ebano,
non hanno il diritto di essere ricordati?

Valentina Battaglia – 5G

Desiderio di libertà

Il gracidare di rane,
il cantare di grilli;
il fruscio di foglie
che si intensifica
sulla sponda dello stagno
fra il canneto.
L'odore pungente del fienno
appena falciato,
una marghjerita fra i denti,
il pensiero lontano;
era lunga la strada da percorrere,
solo un saccio appresso avevi,
ma la voglia era tanta,
tanto era il desiderio di libertà

Serena Accorsi – 5G

Amare

Tramonta il sole:
in esso scorgo i tuoi occhi.
Scende la notte:
nella luna ritrovo il tuo sorriso.
Mi manchi,
come una spina
che penetra nel cuore,
così cerco di rivederti,
contemplando un nuovo tramonto.

Serena Accorsi -5G

L'ultima battaglia

Il freddo vento,
la pioggia forte, violenta.

La città deserta, disanimata:
solo le grida dei combattenti
che, come leoni aggressivi,
si scagliano contro la preda impaurita.

Fulmini, tuoni, lampi nel cielo.
E, poi, il tempo che si ferma,
il silenzio.

La battaglia che si è conclusa.
E' l'ora della pace!

Alessia Roversi – 3B

Viaggio d'agosto

Agosto, la notte buia e cupa
illuminata da stelle e luna,
quel mare a volte quieto,
arrabbiato, brontolone e freddo.

Sopra accompagnato da scoglieradimora per qualche uccello,
sotto un imenso universo fatto
di vita e di colori sgargianti.

E quel gommone che scavalcava le onde,
che scivolava sul mantello del mare,
faceva crescere le nostre paure.

L'immensa voglia di arrivare, forse,
VIVI e con una grande paura,
dalla parte opposta del mare.

Adela Milkurti – 3A

Pace

Tu, guerra...
che sei priva di significato,
ingiustificata e...ancor più ingiusta,
guarda nella tua crudele oscurità
quello che hai causato.

Senti nell'aria l'odore
delle polveri delle tue bombe;
senti gli urli disperati delle famiglie
che con speranza cercano
i propri famigliari dispersi...
e ti supplicano di non uccidere più.
Guarda dentro alle poche case rimaste,
lo stato d'animo delle persone
innocenti:
“Non hanno più nessuno da amare!”

Finisci di fare del male;
la crudeltà porta solo odio e ingiustizia!
PROVA AD AMARE!!!
- PACE -

Mirco Paladini – 3B

Scende la sera,
la luna, dal cielo,
illumina il mio pensiero.
Le stelle si accendono,
la notte si avvicina
come una ladra.
Non voglio chiudere gli occhi.

Raffaele Lazzari – 4G

Sogno

Sogno tutti i giorni
e tutte le notti,
sogni di quando ero felice,
di quando giocavo, ridevo,
scherzavo con gli amici.
Sogno.
Sogno di poter vedere
un mondo senza guerra.
Sogno gli occhi
di bambini innocenti...
Sogno.

Luana Tosini - 4G


Incontro con Helene Paraskeva
A cura di Maria Cristina Meschiari – Liceo “L.Ariosto” - Ferrara


L’attività sul convegno Culture e letteratura della migrazione si è inserita in un percorso di riflessione sul sé e sul mondo contemporaneo dedicato a “Città e identità”, che è stato anche occasione per un laboratorio di scrittura.
Prendendo le mosse dalla lettura (estiva) delle Città invisibili di Calvino, gli studenti hanno redatto descrizioni di personali “città invisibili”, dapprima a tema libero, poi sul tema del ritorno, i cui stilemi hanno ricercato in opere di autori, epoche e contesti diversi. Hanno quindi problematizzato il nodo del rapporto individuo/spazio/tempo, declinato come rapporto tra identità/storia personale/appartenenza culturale.
L’identità è complessa, ricca, varia. Il tempo e lo spazio non sono solo coordinate dell’esperienza o mappe e reti dei fatti storici, ma memoria. Allora le città che l’uomo attraversa lo segnano e ne sono segnate, ed il linguaggio è il gioco infinito di questi segni.
In quest’ottica gli studenti hanno scritto riflessioni e analizzato i racconti del Tragediometro di Helene Paraskeva (Fara editore, Roma, 2003). In particolare ne hanno osservato il linguaggio composito, dalla sintassi rapida, che orchestra narrazioni dove spesso un personaggio diverso si oppone a un coro conformista, sulla scena di una città o di un quartiere, in una costruzione fortemente teatrale.
Le notazioni raccolte nell’incontro con l’autrice e con la partecipazione al convegno hanno offerto lo spunto per una verifica in classe (analisi di testi di scrittori migranti, saggi o articoli, temi), che ha concluso l’ampia unità didattica.

Si allegano due testi elaborati durante la verifica in classe su un tema ispirato a una metafora di Tahar Lamri: Le radici della parola tra l’acqua dolce del ricordo e l’acqua salata del presente e alcuni testi prodotti nel laboratorio di scrittura presentati al convegno.

Le radici della parola tra l’acqua dolce del ricordo e l’acqua salata del presente
“Il tema della memoria è la colonna portante della letteratura, l’imperfetto è il tempo della narrazione, il viaggio è metafora di vita e scrittura.
Scrivere riflette le dinamiche del dare alla luce, svolgere e morire; il viaggio che si chiude con il ritorno è uno schema parallelo.
La lingua è strumento trasversale, religione dello scrittore e del viaggiatore. La parola è fondamento, riflesso e motore della resistenza alle dinamiche della vita, del viaggio, del racconto.
La sua musica cambia al variare delle correnti, in bonaccia o in burrasca essa muta; l’acqua dolce del fiume dell’infanzia si immette a estuario nel mare salato delle mature voluttà, molteplici occasioni, ferma realtà.
Inoltrarsi negli anni è come inoltrarsi in un mare aperto, in balia di correnti multidirezionali, costretti a scegliere un sapore coerente, distinguere e trovare una direzione.
È il sale che sala il nostro cibo e le nostre lacrime, il sale che ci riempie di sete, la sete della conoscenza.
Dolce è il sapore del rivolo dell’infanzia, dolce è il vocabolo del desiderio, che è attributo della nostalgia, della lontananza. È un ricordo in fondo al palato, un retrogusto che accende il senso della narrazione.
Così fissando i minuscoli caratteri ortografici sul foglio di carta, abbiamo l’illusione di non perderci. Il campo infinito delle lettere danza elegantemente al ritmo delle maree, rimanendo agganciato saldamente alla nostra nave, caratteristico come una polena…
“Spesso la musica mi porta via come fa il mare. Sotto una volta di bruma o in un vasto etere metto vela verso la mia pallida stella”.
Musique, questo celebre sonetto di Baudelaire, è anche l’intestazione di un celebre romanzo che pone la figura retorica del viaggio al centro della narrazione: La linea d’ombra di Joseph Conrad. Il suo è un esempio perfetto di “ancoraggio” alla narrativa; autore di origine russa che scrive in inglese, descrive la “linea d’ombra”proprio come orizzonte, limite tra l’infanzia e l’età adulta, punto di viraggio del cambiamento.
Libero da frontiere, lo spazio narrativo trova terreno fertile nell’ambiente dell’evocazione. La nave dei ricordi è una nave fantasma, è un luogo dell’anima, una città invisibile.
Catalizzata dalla fantasia, la memoria dà vita all’opera d’arte e al sentimento del tempo. L’occhio, strumento di fotografia, registra spazi e colori.
Il romanzo, come anche la poesia, vanta l’ambientazione in fantastici “non-luoghi”, spesso ambienti a cui si anela, scenografie del subconscio dove la vita è meravigliosamente inverosimile, come la città di Quinnipak nel romanzo Castelli di rabbia di Baricco.
Altri autori, al contrario, fanno della loro città un santuario, e trovano in essa incastonate le perle delle loro scritture. Esempi possono essere Umberto Saba, Italo Svevo, Bassani. Ma anche Victor Hugo, che nell’Ottocento torna indietro nella Parigi di fine Quattrocento, scavando nella memoria della sua città.”
(Diana Osti - Classe IV sez. T)

Le radici della parola tra l’acqua dolce del ricordo e l’acqua salata del presente
“Dei morti, dei perduti
come morti, per noi, voci ideali,
amatissime voci…
Udibili nei sogni, talvolta;
dalla mente pensosa,
a volte percepite.
Nel loro suono,
dal poetico aprirsi per un attimo,
di questa nostra vita qualche accento
riaffiora; e già è un lontano
nella notte di musica e di svanire
(C. KAVAFIS, Le voci, 1904)

Acqua dolce del ricordo, smettila di sussurrare!
Sono da “un’altra parte”.
La mia identità qui è di troppo: irrita, infastidisce o semplicemente impiccia. La mia diversità è una malattia che nessuno può curare, il mio parlare al loro orecchio è una danza senza grazia.
Accento zoppo.
… E come potrebbe essere diversamente?
Acqua salata del presente:
«Le parole sono, quando ho fortuna, ciottoli che sdrucciolano sotto le punte dei denti e rimbalzano sul palato morto» (V. A. MMAKA)

Ma in questo immenso mare salato di indifferenza, una cosa mi è rimasta: la SCRITTURA.
Quando scrivo, nessuno può fermare la mia matita, nessuno può sovrastare la mia voce con un suono più alto, nessuno può stuprare i miei pensieri. Siamo in tre: io, il foglio e la matita… tutti indispensabili l’uno per l’altra.
È questo l’incantesimo che lega lo scrittore all’arte della parola.
«Adesso stringo forte la matita, come una ballerina emergente tiene strette al petto le sue scarpette rosa».
Questo è tutto ciò che mi è rimasto per non far annegare la mi identità nell’acqua salata di questi istanti. Voglio raccontare la mia serenità come fa Monet quando dipinge l due ninfee; voglio trasmettere le mie angosce come fa Munch nell’Urlo; voglio trasmettere sensualità come i colli affusolati nei dipinti di Modiglioni.
Pagine bianche come marmo per Michelangelo: sei tu che hai il compito di liberare l’immagine.
Ed io devo liberarla questa immagine, ne ho bisogno per non dimenticare ciò che sono.
La vita è solo una goccia di rugiada che svapora; cosa ci rimane se non la scrittura per ricordarci di noi stessi?
Sì, perché il problema è fondamentalmente questo. Non si scrive per gli altri, si scrive per noi stessi, per affermare ciò che siamo raccontando una storia che ci appartiene e ci penetra arrivando alle viscere, per il semplice fatto che l’abbiamo cullata noi quando è nata e l’abbiamo cresciuta faticosamente.
Ma per potersi affermare, la persona ha bisogno di avere coscienza di sé, e per questo non posso negare la mia identità perché sarebbe come negare me stessa.
Nessuna identità può essere assorbita da un’altra; assimilata o inghiottita.”

(Veronica Sebastianis - Classe IV sez. T)


Lettura per il convegno
“Cerco un paese innocente”
(G. UNGARETTI)

Io sono una ragazza
Io sono una giovane donna
Io sono una persona
Io sono elettricità
Io sono fuoco
Io sono un’amante della lettura
Quante cosa dovrei ancora scrivere per presentarmi… È vero: sono una ragazza di diciassette anni, abito in Italia, frequento il liceo classico, ho moltissimi interessi e anche una famiglia niente male.
Spesso fin da quando ero piccola ho sentito persone che si dichiaravano fiere del loro essere italiana, o che appendevano il tricolore fuori dalla finestra. E io?
Naturalmente amo l’Italia, è un paese ricco e affascinante, intriso di storia; amo la mia città alla follia, non me ne andrei per tutto l’oro del mondo. In fondo, chi non ama la propria casa, la propria città e tutto ciò che ne fa parte?
Trovo splendido il mio piccolo appartamento, non tanto perché sia particolarmente bello o confortevole: semplicemente perché è mio, semplicemente perché quando apro gli occhi al mattino, nonostante il buio, riesco ad arrivare alla porta senza cadere… semplicemente perché ogni angolo, ogni sedia mi ricorda un avvenimento speciale.
Credo che l’identità sia questa: non importa quanto sia brutta, squallida la tua casa; ciò che importa è che sia tua e tu, dentro di essa, abbia ricordi. Non importa che tu sia arabo, serbo, croato, italiano, israeliano o russo; tu resti sempre e comunque una persona, un essere umano.
Purtroppo è proprio la guerra che può cancellarti l’identità: ti toglie il nome, al suo posto hai un numero sul braccio, ti toglie la casa, ti distrugge la famiglia, manda in frantumi la tua vita, improvvisamente sei solo una bolla di sapone nell’aria…
Credo fortemente in questo: sono la famiglia, la propria casa e i ricordi la tua vera identità, non il paese dal quale provieni o il colore della pelle. Proprio come afferma Primo Levi nella poesia di Se questo è un uomo:
“Voi che vivete sicuri
nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando la sera
il cibo caldo e visi amici:
considerate se questo è un uomo”.
Un uomo a cui sono state strappate tutte queste cose non è più un uomo, non ha più nemmeno il suo nome o la forza di ricordare…eppure lo scopo della vita umana è proprio questo: cercare la propria felicità e la propria libertà senza mai darsi per vinti, anche a costo della morte: a volte la morte può essere un sogno dolcissimo”

(Irene Masini, Identità - Classe IV sez. T)

“Arrivato a Estro, di fronte a te avrai soltanto una lunga distesa di dune e sabbia mossi dal vento. È per questo che, sconsolato, ti siedi e ti metti a pensare dove vorresti essere in quel momento.
Azato lo sguardo verso il desolato orizzonte, non trovi più il paesaggio silenzioso di prima, ma colline erbose, ruscelli, piccole case colorate che pian piano compaiono sotto i tuoi occhi come se la mano di un artista le stesse dipingendo su una tela.
Tutto ciò a cui pensi si crea, qualsiasi cosa, ma poi non puoi più tornare indietro: la tua città è già stata costruita senza che tu te ne accorgessi.
Ti guardi sconcertato attorno e ti accorgi che la gente non sembra far parte di quel luogo da te poco prima immaginato: mentre cammini per le strade strette e sterrate della cittadina, puoi trovare un eschimese tremante dal freddo, una felice famiglia che passeggia, un bagnante sdraiato su un’amaca,una ragazza con le lacrime agli occhi ed una lettera in mano, un bambino ferito che cerca disperatamente la mamma, un vecchietto che ti sorride divertito.
«Queste persone le ho create io o c’erano sin dall’inizio, in quel deserto “inconsistente”? Forse la vista mi si era accecata dalla disperazione…”»
Estro ha due facce: appena vi ci metti piede, capisci subito che sei stato tu a crearla, anche se non materialmente; devi stare attento, però, al primo pensiero che compi, perché quello è per sempre.”

(Matilde Zamboni, La città e il pensiero - Classe IV sez. T)

Chiunque arrivi a Marzia si accorge che qui si respira un’aria diversa. Certi giorni è così limpida e frizzante che viene voglia di camminare per ore e ore, godendosela fino all’imbrunire, avendo quasi l’impressione di sfiorare il suolo, di non faticare. Durante queste lievi passeggiate si può osservare la gente, le abitazioni, i negozi, il porto della città. Le persone non sembrano stressate; dalla superficie dell’acqua marina salgono bolle dai riflessi azzurrini: talvolta se una nave sta prendendo il largo e sul ponte c’è un bambino, state sicuri che tenterà di scoppiarne qualcuna. Gli edifici sono delicati, hanno pareti e facciate che paiono quasi inconsistenti. In quella bella casa all’angolo con la libreria a volte si crede di scorgere i contorni degli interni, dei mobili, delle scale che portano al piano superiore. Forse al posto dei mattoni hanno utilizzato carta pesta colorata. Il centro della città è così incredibile che spesso per i vicoli si incontrano parecchi turisti, tutti a naso insù, ad ammirare l’abilità degli architetti di Marzia. Le case sono costruite ad incastro una sopra l’altra e poi a colonne sono unite tra di loro. Molto spesso non si riesce ad intravedere a quale altezza sia l’ultimo appartamento; a volte le nuvole più basse coprono gli attici. Nonostante sia una struttura molto ampia, la prima cosa che supponi è che probabilmente hanno impastato il cemento con piume e seta indiana, tanto ti sembra tenue e sottile. Alle finestre le donne si affacciano spesso, scostando tende di velo, salutano sempre cordiali. Stendono panni su fili che vanno dal proprio davanzale a quello della casa di fronte. Tutto dà un’impressione di libertà, di spazio sconfinato in ogni direzione.
Se ti trovi a Marzia nel periodo giusto ti accorgi che piano piano come di soppiatto arrivano dal mare alcune nuvole che non sono certo quelle candide e soffici che fino al giorno prima albergavano il cielo. Appena si scorgono queste nubi la gente, soprattutto gli uomini, si danno da fare. Iniziano dal porto. Fanno approdare tutte le imbarcazioni e le mettono al sicuro nei cantieri. Poi sgombrano gli spazi pubblici. Intanto l’aria si fa sempre più greve, respirare sembra sfibrante rispetto a qualche settimana prima. Gli abitanti della città smontano le loro case. Se ti fermi ad osservarli ti accorgi che gli edifici non sono altro che strutture fatte da tubi di gomma piuma che formano infinite forme geometriche. Tra questi tubi poi vanno inseriti quei pannelli morbidi e velati che fungono da pareti. Spostarsi da un luogo all’altro è opprimente, ci si sente goffi ed impacciati. I propri passi non sono più attutiti dal suolo, non è così tutto ovattato come prima. Ora si cammina con suole di piombo. Il cielo è plumbeo, livido, pare proprio arrabbiato. Il mare è rosso scuro e non fa più le bolle. L’atmosfera sembra che stia schiacciando la terra, che la distanza, non si sa come, tra cielo e terra sia diminuita. Le persone cominciano a girare gobbe, appesantite anche dai vestiti umidi per la fitta nebbia che ora è calata. Gli scheletri delle case si comprimono, ma si sa, la gomma piuma col tempo torna come prima. Il tempo non è freddo né caldo, solo soffocante. I cittadini, ormai esperti, si rifugiano in un’altra città, sotto terra, proprio sotto e uguale a Marzia. Là, pazienti e speranzosi aspettano la stagione leggera.

(Giulia Zagni, La città e il peso-Classe IV sez. T)


“Entrando a Elikia vedi solo discese, salite e alti palazzi con finestre alte e strette e piccoli giardini. Camminando per le vaste vie piastrellate noti molte persone a fianco a te: persone che camminano verso l’alto, persone che camminano verso il basso, persone immobili vicino a te, persone che si allontanano. Se giri tutta la città avrai la sensazione di conoscerla già, di aver già visto quel palazzo col rosone di pietra bianca, di aver già passeggiato per quel prato verde vicino al palazzo più alto e più bello di tutti.
Salendo per la via principale, quella che porta all’altura, vedi costruzioni basse e larghe che spiccano a contrasto con la magnificenza precedente come una pietra di fiume a confronto con un diamante. Guardandole capisci di aver già notato quelle differenze, di averne apprezzata di più una o l’altra, sbagliando o essendo nel giusto; ricordi di aver già provato quella strana sensazione, come se fossi su un cavallo galoppante, con il vento che ti frusta il viso e agita i sentimenti dentro di te. Risalendo sulla via per ritrovare l’antica dimora, ti accorgi delle strane e colorate merci sparse sui tappeti stesi sopra la pietra chiara, le trovi familiari e confortanti oppure grottesche e dolorose.
Scendendo verso il lido, arriverai al grigio e freddo mare, che si agita tempestoso e funesto facendoti percepire la sua inquietudine e tutta la sua irrequieta, latente energia; risalendo la vetta, ti si mostrerà una magica e ambigua distesa di colline, ti comunicherà emozioni contrastanti la vista della verde erica e del pungente biancospino attecchiti sulla poca terra convivente con le rocce che caratterizzano quell’oceano di sensazioni. Quelle rocce che sembrano spente, che sembra attendano quietamente l’arrivo del sole, che riporterà loro la felicità… tutto quando tu non ci sarai per vederlo, per darti un motivo di ritornare in futuro su quella via.
Quel ritorno. Anche se ci sarà, a cosa servirà? Non potrai tirare indietro l’orologio della vita e tornare ai momenti felici trascorsi durante la tua, di Elikia. Potrai solo rivedere le persone che ne hanno fatto parte, il cui ricordi vive ancora, per rivivere la sensazione di essere su quel cavallo galoppante che era la tua vita allora. Per riparare gli sbagli commessi o per rifarli.
Appena passi la porta di Elikia, vedi cose già vissute, che ti hanno spronato o che ti hanno fermato. Ma allora perché ritornare? Perché rivivere qualcosa già fatto, tentando di cambiarlo? Meglio stare nella tua città, riflettendo solamente sul servizio che ti ha reso la discesa verso il mare pieno di ricordi o la salita verso i misteriosi pendii, con il rimpianto di non essere riuscito a rivedere quelle brulle colline coperte di erica e biancospino.”
(Susanna Piganti, Le città e il ritorno Classe IV sez. T)



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