A proposito della città,
secondo me uno scrittore è il meno indicato a parlarne, perché
è sempre chiuso nel suo studio a scrivere. Però io credo
che il migrante, e mi riferisco anche alla mia esperienza personale,
sia una persona senza luogo, dicevano i greci “atopos”,
perché si sposta da un luogo ad un altro e per via di questo
spostamento è come se facesse l’esperienza della morte,
perché muore negli affetti per rinascere altrove, in altri luoghi,
in altri affetti, in altre relazioni.
Io sono nato ad Algeri. Algeri è una grande città che
è simile a Marsiglia. E’ stata costruita dai francesi e,
fatta eccezione per il nucleo storico, che è la casbah,
per il resto assomiglia a qualsiasi altra città moderna.
A diciannove anni sono andato via da questa città e sono andato
in un’altra, Bendasi, in Libia.
Una caratteristica di questa città è che non ci sono i
nomi delle strade, quindi non esiste il postino, a Bendasi ci sono solo
caselle postali.
Questa non è una cosa del tutto inspiegabile, anche Tokio non
ha nomi di strade. Lì c’è il postino, ma sulle buste
delle lettere, al posto dell’indirizzo, bisogna scrivere, per
esempio, “la casa rossa vicina al tempio scintoista”, e
allora il postino andrà a cercare quella casa rossa.
Non so perché a Tokio non ci siano i nomi delle strade, ma posso
cercare di spiegare perché a Bendasi non ci sono. In Libia la
cultura è quella beduina. Il beduino è un nomade che vive
nel deserto. Per lui già il mare è un confine. In Libia
ci sono spiagge lunghe chilometri e chilometri che arrivano direttamente
da deserto. Ma i beduini non amano il mare, perché segna la fine
dello spazio, del movimento, della libertà.
La città, poi è come una gabbia, e per uscire da questa
gabbia di strade non si dà loro un nome.
Personalmente Il rapporto che ho con la mia città natale, Algeri,
è il rapporto che ho con la sua casbah: un’antica rete
di viuzze costruita dai turchi.
Qualcuno degli ospiti venuti da una grande città come Londra,
ieri, passeggiando per il centro storico di Ferrara, avvertiva una qualche
sensazione claustrofobia. La casbah è molto più
claustrofobica; le sue viuzze sono talmente strette che talvolta non
vi passa più di una persona per volta. Qualcuno ha detto che
le città o si sfogliano come i cavolfiori o sono come una noce.
Si può dire che la casbah è tutta arrotolata su se stessa
come il gheriglio di una noce.
Tuttavia, anche se sono nato ad Algeri, la mia città, almeno
per il momento, è la lingua italiana. Io abito il linguaggio.
Per me è una città, è il luogo nel quale abito,
perché ho la coscienza di non appartenere a un luogo, né
alla mia città natale, né alle tante altre città
che ho attraversato durante la mia vita. Sono anche consapevole di essere
doppiamente assente. So benissimo che sono assente dal mio paese materno,
che ho lasciato alle spalle, ma sento di non appartenere pienamente
a questo mio nuovo paese. Sento di essere in un non-luogo e quindi mi
sono costruito un luogo in una lingua. Potrebbe sembrare un luogo estremamente
precario, ma a volte i luoghi precari possono essere più radicati
di quelli tangibili.
C’è una storia che racconta di un re che aveva costruito
un magnifico labirinto. Chiamò un altro re del deserto per fargli
ammirare il suo capolavoro. Lo lasciò sulla soglia del labirinto
e lo sfidò ad entrarvi e a ritrovare l’uscita. Il re del
deserto entrò e con molta fatica, alla fine, uscì dal
labirinto.
Il re del deserto si rivolse allora all’altro re dicendogli che
lui aveva un labirinto ancora più bello del suo. L’altro
re, meravigliato, gli disse che non era possibile, perché lui
aveva fatto chiamare i migliori architetti. Il re del deserto lo invitò
allora a fargli visita.
Dopo un po’ di tempo il re andò a fare visita al re del
deserto. Questi, allora lo accompagno al centro del deserto e gli disse:
“questo è il mio labirinto. Adesso io ti lascio qui, prova
a uscire vivo”. Il re non uscì mai più.
Questa storia ci insegna che il deserto può essere molto più
labirintico di una città.
Come il mare aperto. In arabo la parola “mare” significa
“perdersi, smarrirsi”, e c’ è un modo di dire,
nell’arabo del magrheb che è “bruciare il mare”
e si riferisce all’incerto attraversamento del mare che intraprendono
i clandestini.