[…]
E le città del mondo sono ancora insonni
Per timore delle mine,
per timore delle malattie,
per timore dei soldati senza velo,
fino al risveglio dal sonno della coscienza
profonda, completa.
E la poesia è ancora senza
sonno,
perdutamente innamorata.
Dice…dice…e nessuna parola.
Le parole sono utili, O signori generosi?
Le parole sono utili?
Le parole sono utili?
Le parole sono utili?
(da Mohammed Lamsuni, Le città del mondo non dormono più,
Edizioni PonSinMor, 2005)
Vi confesso che davanti a voi mi sento sinceramente commosso. Voi giovani
siete il sale del futuro e di questa terra, conoscete bene il senso
dell’amicizia, dell’amore, della pace.
Ora provo a presentarmi parlando un po’ della mia storia.
Sono nato nel ’50 a Casablanca. A sedici anni ho pubblicato i
miei primi racconti sulla rivista “La lotta nazionale” del
partito comunista marocchino, allora al bando. Ho militato nella sezione
giovanile dell’Unione Nazionale delle Forze Popolari: partito
di opposizione.
Avevo venti anni nel 1970, quando sono immigrato in Francia. Non avevo
una borsa di studio e così ho lavoravo. Di giorno facevo l’operaio
e la sera studiavo, fino alla laurea in lettere moderne e psicologia.
Per dodici anni non sono tornato in Marocco per ragioni politiche. Nell’82
sono tornato a Casablanca, sono diventato professore di Francese in
un liceo e collaboravo con giornali in lingua araba e francese.
Nel ’90, ancora per ragioni politiche, ho deciso di partire per
l’Italia. Ho scelto Torino, dove ho continuato le mie attività
socio-culturali.
Nel ’96, dopo lo sciopero della fame promosso da me con 15 immigrati
per 19 giorni, contro il Comune di Torino, ho cominciato a scrivere
in italiano. Ho imparato a scrivere in italiano attraverso i volantini
politici. Volevo comunicare e così ho cominciato a scrivere.
Ho fondato l’associazione multietnica “La fenice”,
che ha realizzato molteplici iniziative, tra cui manifestazioni contro
i diritti negati.
Ora faccio l’operatore culturale e il traduttore. In italiano
ho pubblicato racconti, romanzi e poesie.
Ho vinto qualche premio letterario. Forse sono poeta, ma come potete
esserlo voi, come possono esserlo tutti, scrittore no. Sono un immigrato,
scrivo per comunicare.
Credo alle parole di Cartesio: penso, quindi esisto”; io per esistere
ho cominciato a scrivere.
Ho imparato l’italiano a Porta Palazzo, una babele di lingue,
il punto di riferimento di tutti gli immigrati di Torino. Nella mia
scrittura uso un linguaggio crudele, perché i miei personaggi
sono spacciatori, prostitute, piccoli delinquenti, anche lavoratori,
che popolano la piazza e il mercato di Porta Palazzo. Sono personaggi
reali, li ho conosciuti realmente, nel vivo, perché anch’io
in Italia, tra il ’90 e ’96, ho vissuto da clandestino,
ho sofferto la paura e lo sfruttamento.
La mia poetica e il mio ritratto
li ho affidati alla poesia
Poetica
La poesia è un atto sessuale
con il dizionario. Una caccia
dietro la propria esistenza per comporre un senso vitale.
Sublimazione suprema all’altezza del cielo muto e della terra
fertile in cui cresce la dicotomia creatrice.
L’utopia rigetta i poeti. Lo stato-caserma odia la musa. Solo
la realtà è madre della metafora e ha tutto il diritto
di
dialogare con la ghirlanda del cuore e della memoria.
Fare un salto verso la nudità
universale
Ricadere nella stasi della solitudine solidale
Raccontare le favole al passo imperfetto
Che sembrano colombe di una forma pazza
Tentare di liberarsi dal mondo
Credo che sia la forma giusta
Per fissare l’orgasmo nella pagina bianca di un quaderno
Orfano.
Autoritratto
Stanchezza fresca
Trionfo pallido
Cammino sconvolto
Appuntamento con l’eterna attesa
Ostaggio del vento sposato col grano di nessuno
Ama bere il vecchio vino e dire sempre “Grazie!”
Soprattutto ai libri
Ai bambini
Alle prostitute
Tutto questo è la mia nemica
La mia ombra.
Il sole degli arabi
Ebreo errante di me stesso
(Aragon)
Ho lasciato la mia terra
E il mio viaggio è senza fine
Non mi volgo indietro
Il sole degli arabi mi accecherebbe
Ho abbandonato mia madre e mio padre
Per cercare l’odore del tempo e il profumo
Ma le acque d’amore
Non mi offrono più una goccia
Solo frammenti
Una pozza di dolore vedo sull’erba
Mi offre
Le sue labbra umide e fangose
Mio nonno è vissuto nella
tortura
Mio padre ha bruciato il suo tempo
E la sua giovinezza
Ed io cammino lungo le barriere
Per non essere visto
Ero l’unico loro figlio
Ora semino in ogni zolla di terra
Un ricordo
Lungo la strada un seme
Ad ogni svolta
Vedo nel ciglio d’ogni fosso
Una bestia con gli occhi lucidi
Il suo muso aguzzo mi tormenta e mi accusa
Poi mi porge
Con mani sottili e nere dita
La mia valigia vuota
E attraverso la porta e vedo che è già buio
E’ tardi per partire
Mio padre finge di non vedermi
E mi volta le spalle
Mia madre mi ha cucito il denaro
Sull’orlo della camicia
Mi porge il passaporto
Ed è tempo ch’ io vada
Che continui ad andare fino al fiume
E a gettare altri sassi
Per vederli saltare e poi scomparire
Nell’acqua
Ed io con loro soltanto memoria
Rincorro le ombre
Parlo con le radici degli alberi
E le confronto con le mie
Separate dal tronco
Mio padre conobbe una guerra non
sua
Ma io non conosco la mia
Cerco l’albero del pane
Tra edifici che sembrano caserme
Contese dal ferro e dal cemento
E che si specchiano
Nel limaccioso corpo del serpente
Che separa colline con le sue acque torbide
Dal volto delle città che muta la sua pelle
Qui nulla si ferma
Ed io che sono nulla
Busso ad ogni porta
Fermo i passanti
Gli offro fazzoletti, accendini e cianfrusaglie
Lavo i fanali delle automobili
I loro parabrezza
E sorrido a chi finge di non vedermi
E a chi non mi vede
E non può vedere la smorfia delle labbra
Perché più non esisto
E sono uno spazio vuoto
Che solo il nostro tempo conosce
E segretamente ama
Perché ogni cosa dissolve
E cancella
Ho lasciato le impronte delle mie
dita
Su una scheda elettronica
E ho creduto per un attimo solo
Di esistere
Ma ora ho tra le mani il mio foglio di via
E non so più quale sia
La strada del ritorno
Vedo la porta di una casa che non
è più mia
Inchiodata sul fondo
Un pozzo profondo scavato invano
Nella ricerca inutile dell’acqua
E la mia abluzione è nella sabbia
E in questa aridità che mi somiglia
Ora in altre città vago
In altre città trascino la mia ombra
E tutte mi conoscono
E distolgono gli occhi dal loro vuoto e dal mio
E ritorno
Dove ovunque è il deserto
E col mio lo confronto
E misuro la nostra assenza
Disabitata
Chi sono?
Ditemi!
Se vi hanno dato un’impronta le mie dita
Esisto?
O sono il viaggio di un uomo verso l’esistenza
Che si compie senza di lui?
Siamo l’immane ponte che valica
l’universo
O le colonne d’acciaio che lo sostengono?
Credevo che a nulla valesse l’acqua
Senza una mano che la sollevasse
Ero ingenuo
Ora so che ogni cosa può misurarci
E non ha bisogno di barbare bilance
Ci soppesa con un occhio di vetro
E con frequenze d’onda della luce
Più vicine allo spirito del tempo
E ci dice che ognuno è come me
Nulla
O ancora meno
Tempo disabilitato che si affanna
A scrutare le sue stesse ceneri
Viene verso di me
Il sogno della mia nascita
Il seno che mi porse e mi soccorre si nasconde nella nebbia
Quando cammino senza permesso di soggiorno
Mi rifugio nel suo caldo sopore
Così ritorno
E la mia casa ha ruscelli di latte
E fiori crescono dalle pietre
E il grano saraceno è come oro che abbaglia
Tiepido al sole
Ora mi volgo indietro
E il sole degli arabi mi acceca
I pesci si lavano ogni giorno
Quando i soldati americani giocano con le loro armi
I bambini di tutto il mondo smettono di giocare.
Dio chiude gli occhi
E il poeta spalanca la finestra fedele al rifugio
Dell’improvviso.
Quando la speranza non sa dove battere
la testa
Per concepire il piccolo miracolo
Per restituire il senso delle parole al meccanismo fumante
Per immaginare la fontana della giusta misura,
entra dolcemente nel mio illegittimo quaderno segreto
e, contro i miei impulsi carnali, scrive e diffonde
un volantino.
Quando ero piccolo e giocavo a nascondino
Con i doveri
Con i genitori
Con i maestri
E con la polvere dei quartieri popolari,
affrontavo una dimensione tutta acqua
che si rifugiava nella mia testa
e la testa dei grandi scrittori.
Mi facevano paura gli scorpioni,
i serpenti, i cowboy e i cimiteri,
trovavo riparo, allora
nella maturità universale dell’umorismo
e credevo d’essere una meravigliosa sardina
che abita da sempre nel vicino mare.
Temevo il mare.
Non sapevo nuotare.
Non sapevo come lottare contro il capitano monocolo
Contro la sua gente, contro i pirati sbarcati sulle mie spiagge.
Dovevo oppormi alle loro armi
Dovevo difendere mia sorella e i miei libri,
non dovevano orinare nel mio mare
né installare bordelli, innalzare tende, occupare le nostre
case,
i nostri campi, che da tanto tempo abitano uomini
che adorano i pesci della nostra costa atlantica.
Temo ancora il mare:
il mare del sapere
il mare che esiste nella mente
il mare delle donne
il mare oltraggiato dalle navi con bombe e missili
soprattutto il mare che porta con sé i marines,
che vogliono insegnarci libertà e civiltà.
Tutta la mia vita ho saltato, come
una scimmia, da un albero
All’altro…
Nelle scuole di Casablanca, Baghdad, Parigi, Roma…
Da Maometto a Gesù
Da Voltaire a Hgel
Da Marx a Mao
Da Trotsky alla biblioteca di Alessandria.
Infine mi sono trovato nomade ignorante
Nel deserto della vita.
Mi lavano il cervello e il corpo ogni tanto.
Ho dimenticato di fare le mie abluzioni ad ogni alba,
ogni sera
ogni momento
seguendo il ritmo stesso della vita…
Tu, piccolo cretino!
Hai scoperto la ricetta vitale troppo tardi.
Nel mare, i pesci si lavano ogni giorno…ogni minuto.
Per questo suscita incanto
E la sua purezza paura e canto.
Chi non ha mai avuto paura dell’Alfa, Madre-Padre,
Nostro Signore l’Onnipotente, L’Altissimo: il Mare!?
(da M.Lamsuni, Lontano da Casablanca,
Datanews, 2003)
Fino ad ora scrivo con fatica, scrivo
con a fianco la grammatica e il dizionario. Poi affido i miei scritti
ad amici che leggono i miei testi, talvolta litighiamo per una parola.
Invece i miei racconti sono estratti viva voce degli immigrati.
Talvolta ho problemi con gli italiani. Talvolta con la comunità
arabo-islamica. Nel libro Porta Palazzo Mon Amour c’è un
capitolo che si intitola “Diario di un miscredente”, perché
c’è un Imam di Torino che ha detto che sono miscredente
e scrivo contro l’Islam. Io non ho mai scritto nulla contro la
religione islamica. Io ho scritto contro i musulmani, contro i centri
islamici di Torino.
Per me la scrittura è legata ad una idea di resistenza, di impegno.
Sono un po’ gramsciano in questo. Per me scrivere deve significare
qualcosa.
Quando nel romanzo Il clandestino, un personaggio parlando dei musulmani
dice che sono quasi tutti falsi e ipocriti porto una testimonianza di
realtà. A Torino ci sono almeno dieci centri islamici, ma alcuni
usano la moschea per rubare e fare soldi, sono arroganti e ipocriti.
Se altri immigrati hanno paura, io queste cose le devo dire.
In Porta Palazzo Mon Amour c’è un personaggio che si chiama
Haj Omar. Lui da due anni non va con una donna. Alla stazione di Porta
Nuova, dove ci sono le prostitute, ne vede una che gli piace, ma non
può andare con lei perché è marocchina. E’
un ipocrita. Dopo tre mesi andrà finalmente con quella donna.
Io scrivo, ironicamente, “Ogni venerdì, quando scende dal
tram, dopo il dovere, Haj ha un abbonamento settimanale e uno sconto
magnifico nel paradiso della stazione. Dio è clemente e Misericordioso!”.
Questo mi è costato tanto.
Nell’epigrafe del romanzo Il clandestino cito una frase dell’Imam
Ibn Tamia, che è il punto di riferimento di tutti i fondamentalisti
islamici.
La frase dice: “Il mondo dura con la giustizia e la miscredenza
e non dura con l’ingiustizia e l’Islam”.
Ho usato questa epigrafe per ribaltarne il contenuto. Io dico che per
essere musulmani non basta l’etichetta, non basta nemmeno pregare
e non mangiare carne di maiale. Occorre un comportamento di amore per
la pace, di rispetto per le donne, di rispetto per gli animali.
Ne Il clandestino faccio dire a un personaggio che Israele e Stati Uniti
hanno vinto su noi arabi-musulmani hanno vinto grazie alla giustizia
e alla democrazia.
Islam è una religione, è una civiltà, il popolo
che si dice musulmano maltratta le donne, non rispetta gli animali.
Come può essere forte?
Il mondo può andare avanti anche senza dio, ma con la giustizia,
con il rispetto dei diritti umani, con il rispetto degli altri, con
la pace.
Due anni fa ho ricevuto una lettera dall’Ambasciata del Marocco.
Il Ministro degli Affari Esteri marocchino, che parla italiano, ha chiesto
di avere i miei libri e mi ha detto che sono il primo scrittore marocchino
che scrive in lingua italiana.
Mi fa piacere, ma preferirei che fossimo più numerosi, invece
siamo solo agli inizi di una letteratura meticcia, con tutti i suoi
difetti. Speriamo allora sulle prossime generazioni, sui nostri figli
che studiano in Italia, perché la nostra letteratura è
ancora incerta e tentennante. Io, vi ripeto, non mi sento uno scrittore.
Sono un immigrato. Sono un immigrato che scrive sui suoi spazi: Casablanca,
Torino…
Il tema di questo convegno è “città, identità,
culture”, quindi proprio quello dello spazio.
Per me lo spazio è quello della lingua. Lo scrittore francese
Albert Camus disse: “una patria ce l’ho: la lingua”.
Anch’io una patria ce l’ho, ed è la mia lingua.
A Casablanca la mia lingua era l’arabo, in Francia il francese,
qui in Italia l’italiano. E questa mia lingua descrive il mio
spazio, quello dove vivo e dove vivono gli immigrati, e insieme a loro
gli italiani più deboli e sfruttati.
L’uomo, che è impotente di fronte al tempo, è potentissimo
di fronte allo spazio: ha conquistato terre, mari, pianeti.
L’immigrato, però, resta impotente, perché il suo
spazio è ristretto, è un errante, ma in uno spazio limitato.
Spesso è relegato in un ghetto, in una casbah, come San Salvario
o Porta Palazzo.
Spero che a Ferrara non commettiate l’errore di Torino o di altre
città, con la costrizione degli immigrati in quartieri-ghetto.
Mi piace l’idea che gli immigrati possano integrarsi pienamente
negli spazi delle nostre città.
Vi ringrazio e chiedo scusa se mi fermo qui, ma di fronte a voi, ragazzi,
sono davvero commosso, e ho perso il mio linguaggio e il mio vocabolario.
* Testo non rivisto dall’autore