Atti del Quarto Convegno Nazionale
Culture e letteratura della migrazione - "Città identità culture"

Ferrara 15 - 16 aprile 2005

 

Questa sera si recita a soggetto
di Marta Niccolai

 

“And the city spoke” è un progetto nato in seno ad un’organizzazione non governativa ‘Exiled Writers Ink!”. Lo scopo di questa organizzazione è principalmente di incoraggiare l’espressione creativa di artisti (siano essi scrittori, pittori, poeti, musicisti) esiliati o immigrati. Questo consiste in varie attività, come serate a tema, dedicate alla poesia, si stampa uan rivista e poi altri progetti, come il teatro itinerante ‘And the city spoke’. E’ stata un’idea di Jennifer Langer, direttrice e fondatrice dell’organizzazione, ed io, che allora facevo volontariato, ho risposto subito con entusiasmo e ne sono diventata coproduttrice. Le idee principali dietro a questo progetto erano di voler sentire la voce dell’Altro, cioè di colui/colei che percepiamo diverso prché di colore diverso, o perché appartenente a culture e religioni diverse.
Volevamo sentire l’Altro, direttamente, non mediato dalle nostre voci europee, perché questa è la tendenza in Europa, di discutere la migrazione e i suoi aspetti senza coinvolgere anche loro.
Volevamo sentirli raccontare cosa vuol dire essere ‘altrove’, vivere in un’altra cultura e in un’altra lingua, personificare la diversità, essere ‘qui’ e pensare a ‘là’, dove spesso non si può tornare a causa di politiche invivibili. Volevamo sentire le città risuonare delle lori voci che raccontano le loro esperienze, quindi soggetti che si rappresentano anziché essere rappresentati. Oltre a questo, volevamo proporre un incontro virtuale tra identità e culture diverse, e volevamo allargare la proposta ad altri paesi. Così siamo risuciti a stabilire un contatto con Polonia, Belgio e Italia.
L’etica della voce diretta e non mediata ha voluto dire soffermarsi su un problema di lingua; questo per il numero di lingue coinvolte sia nel gestire le prove pre-rappresentazione, sia durante lo spettacolo. Bisognava avere dei traduttori, ma questa volta non erano voci eurocentriche che li accompagnavano, non venivano ‘tradotti’ nel senso coloniale del termine.
Il prodotto finale è il risultato di una cooperazione internazionale: gli otto scrittori migranti vengono da diverse parti del mondo: Cile, Afganistan, Congo, Iran, Zimbabwe, Algeria, Cameroon, Vietnam, Eritrea; due scrittori ciascuno da Inghilterra, Polonia, Italia e Belgio. Il primo spettacolo è stato a Londra, poi a Varsavia, e infine a Ferrara. L’Italia l’aspettavano tutti con gioia, sinonimo com’è di buon cibo, di bel tempo, di belle piazze. Io (italiana di Pisa residente a Londra), Soheila (Iran), Bashir (Afghanistan) ed Earnst (il regista, tedesco residente a Londra) siamo partiti da Londra, Simon (Cameroon) da Varsavia, Lola (Congo) da Brussels, e Tahar (Algeria) ci ha raggiunti da Ravenna. L’organizzazione che ci ha accolti è stata impeccabile fin dal primo momento, tanto che tutto è andato benissimo nonostante la sola mezza giornata di tempo a disposizione per conciliare il palco, le lingue, le luci, lo sfondo, gli interpreti, il mangiare, il dormire, i tempi, i tagli, i toni, le musiche, le registrazioni, la scena, le entrate e le uscite, i pasti, i passaggi in macchina, i rimborsi spese e poi altro che magari non ricordo. L’entusiasmo c’era e con esso, da supporto, la voglia di dare.
Lo spettacolo di Ferrara è stato il migliore, e questa non è retorica. Lo spazio messoci a disposizione per lo spettacolo aveva un vero palco rialzato, e anche questo ha contribuito positivamente al sentimento ‘artistico’ della rappresentazione. Lo scenario era una bellissima opera moderna e surreale che rappresentava la città, contributo questo del corso di grafica dell’Istituto “Einaudi” di Ferrara. Era la prima volta che avevamo un tale sfondo a disposizione. Gli studenti che si sono offerti di fare da interpreti sulla scena sono stati un supporto forte e dedicato che ha contribuito con spessore e serietà alle scene. L’aiuto ricevuto dal team dei professori è diventato, nella nostra definizione, una rete di supporto che è riuscita sempre a soddisfare ogni esigenza programmata o estemporanea.

Le uniche lamentele sono state per la brevità del soggiorno. Nessuno voleva ripartire, un po’ perché l’intensità del lavoro aveva portato a creare una bella atmosfera, e poi perché lasciare delle persone così piene di calore dispiaceva; diciamo anche che Ferrara è molto bella e questo non è certo sfuggito all’occhio dei miei compagni di viaggio; infine, perché lavorare insieme era stato bello.
Da parte mia, un ringraziamento particolare al CIES che non solo ha permesso che questo accadesse a Ferrara, ma ha anche sponsorizzato la produzione londinese con una donazione.
Grazie a tutti, ma proprio tutti, per aver contribuito alla realizzazione di questo progetto multiculturale e multilinguistico.


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