“And the city spoke”
è un progetto nato in seno ad un’organizzazione non governativa
‘Exiled Writers Ink!”. Lo scopo di questa organizzazione
è principalmente di incoraggiare l’espressione creativa
di artisti (siano essi scrittori, pittori, poeti, musicisti) esiliati
o immigrati. Questo consiste in varie attività, come serate a
tema, dedicate alla poesia, si stampa uan rivista e poi altri progetti,
come il teatro itinerante ‘And the city spoke’. E’
stata un’idea di Jennifer Langer, direttrice e fondatrice dell’organizzazione,
ed io, che allora facevo volontariato, ho risposto subito con entusiasmo
e ne sono diventata coproduttrice. Le idee principali dietro a questo
progetto erano di voler sentire la voce dell’Altro, cioè
di colui/colei che percepiamo diverso prché di colore diverso,
o perché appartenente a culture e religioni diverse.
Volevamo sentire l’Altro, direttamente, non mediato dalle nostre
voci europee, perché questa è la tendenza in Europa, di
discutere la migrazione e i suoi aspetti senza coinvolgere anche loro.
Volevamo sentirli raccontare cosa vuol dire essere ‘altrove’,
vivere in un’altra cultura e in un’altra lingua, personificare
la diversità, essere ‘qui’ e pensare a ‘là’,
dove spesso non si può tornare a causa di politiche invivibili.
Volevamo sentire le città risuonare delle lori voci che raccontano
le loro esperienze, quindi soggetti che si rappresentano anziché
essere rappresentati. Oltre a questo, volevamo proporre un incontro
virtuale tra identità e culture diverse, e volevamo allargare
la proposta ad altri paesi. Così siamo risuciti a stabilire un
contatto con Polonia, Belgio e Italia.
L’etica della voce diretta e non mediata ha voluto dire soffermarsi
su un problema di lingua; questo per il numero di lingue coinvolte sia
nel gestire le prove pre-rappresentazione, sia durante lo spettacolo.
Bisognava avere dei traduttori, ma questa volta non erano voci eurocentriche
che li accompagnavano, non venivano ‘tradotti’ nel senso
coloniale del termine.
Il prodotto finale è il risultato di una cooperazione internazionale:
gli otto scrittori migranti vengono da diverse parti del mondo: Cile,
Afganistan, Congo, Iran, Zimbabwe, Algeria, Cameroon, Vietnam, Eritrea;
due scrittori ciascuno da Inghilterra, Polonia, Italia e Belgio. Il
primo spettacolo è stato a Londra, poi a Varsavia, e infine a
Ferrara. L’Italia l’aspettavano tutti con gioia, sinonimo
com’è di buon cibo, di bel tempo, di belle piazze. Io (italiana
di Pisa residente a Londra), Soheila (Iran), Bashir (Afghanistan) ed
Earnst (il regista, tedesco residente a Londra) siamo partiti da Londra,
Simon (Cameroon) da Varsavia, Lola (Congo) da Brussels, e Tahar (Algeria)
ci ha raggiunti da Ravenna. L’organizzazione che ci ha accolti
è stata impeccabile fin dal primo momento, tanto che tutto è
andato benissimo nonostante la sola mezza giornata di tempo a disposizione
per conciliare il palco, le lingue, le luci, lo sfondo, gli interpreti,
il mangiare, il dormire, i tempi, i tagli, i toni, le musiche, le registrazioni,
la scena, le entrate e le uscite, i pasti, i passaggi in macchina, i
rimborsi spese e poi altro che magari non ricordo. L’entusiasmo
c’era e con esso, da supporto, la voglia di dare.
Lo spettacolo di Ferrara è stato il migliore, e questa non è
retorica. Lo spazio messoci a disposizione per lo spettacolo aveva un
vero palco rialzato, e anche questo ha contribuito positivamente al
sentimento ‘artistico’ della rappresentazione. Lo scenario
era una bellissima opera moderna e surreale che rappresentava la città,
contributo questo del corso di grafica dell’Istituto “Einaudi”
di Ferrara. Era la prima volta che avevamo un tale sfondo a disposizione.
Gli studenti che si sono offerti di fare da interpreti sulla scena sono
stati un supporto forte e dedicato che ha contribuito con spessore e
serietà alle scene. L’aiuto ricevuto dal team dei professori
è diventato, nella nostra definizione, una rete di supporto che
è riuscita sempre a soddisfare ogni esigenza programmata o estemporanea.
Le uniche lamentele sono state per
la brevità del soggiorno. Nessuno voleva ripartire, un po’
perché l’intensità del lavoro aveva portato a creare
una bella atmosfera, e poi perché lasciare delle persone così
piene di calore dispiaceva; diciamo anche che Ferrara è molto
bella e questo non è certo sfuggito all’occhio dei miei
compagni di viaggio; infine, perché lavorare insieme era stato
bello.
Da parte mia, un ringraziamento particolare al CIES che non solo ha
permesso che questo accadesse a Ferrara, ma ha anche sponsorizzato la
produzione londinese con una donazione.
Grazie a tutti, ma proprio tutti, per aver contribuito alla realizzazione
di questo progetto multiculturale e multilinguistico.