Una saga familiare in cui le donne svolgono
il ruolo delle protagoniste di vicende che ci immergono nella fasulla
realtà della vita rappresentata dalla televisione e ci fa riflettere
sul valore delle relazioni umane autentiche, sul
confine a volte labile fra sogni e desideri: "Fu intenso quel
momento per Viola. La sua vita a mezz’aria per non sentirsi
un buffo personaggio dei fumetti aveva come trovato un piccolo appoggio
sotto di sé, nel comportamento del figlio.
Estrasse dalla borsa il portafogli. Diede al ritrattista delle banconote
e una foto tessera del padre, che aveva sempre con sé, senza
saperne il motivo, dicendo: 'La prego: faccia il miglior ritratto
che può ai miei genitori. Sa, è il loro viaggio di nozze'."
(dalla nota editoriale)
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Intervista
a Leela Marampudi autrice di Mal bianco
(da www.faraeditore.it/html/interviste/leela.html)
Come è nata l’idea di scrivere Mal bianco? Hai
in mente un lettore tipo che ti piacerebbe leggesse il tuo romanzo?
A far germogliare Mal bianco dentro me è
stato il cercare di osservare ad occhi aperti tante situazioni all’interno
del mondo femminile.
Ciò che mi ha colpito maggiormente nella mia osservazione è
stata la capacità di sognare di noi donne. Come se il sogno,
qualunque esso sia, a differenza dell’autenticità della
vita, fosse caratterizzato dal cercare di raggiungere un “copione”
che pensiamo qualcun’altra abbia già ottenuto.
Qualcun’altra: un’immagine di donna inventata da noi,
per noi, che forse pensiamo di stimare ma che, a volte, probabilmente
invidiamo. Un fantoccio nelle nostre mani, per sentirci più
sicure, che asseconda degli istinti perché non siamo ancora
in grado di vederci, amarci o perché chi ci ha viste non ci
ha aiutate a capirci a nostra volta.
Altrimenti, siamo forse, istintivamente, tutte un po’ la Eva
Harrington di “All about Eve” che, nel film, dice: “…mi
piaceva inventare delle favole e recitarle a me stessa. Cose da bimbi,
è naturale. Ma quel mondo fantasioso e irreale cominciò
a poco a poco a riempirmi la vita. Finii per confondere la verità
con il sogno. Al punto che era quest’ultimo a sembrarmi reale.”
Non avevo in mente un potenziale lettore durante la stesura del romanzo.
Io ero solo i miei personaggi, con anche i loro problemi.
A posteriori, comunque, Mal Bianco è un libro scritto in un
modo semplice, adatto a tutti, uomini e donne. Uno spunto per chi
vuole, attraverso l’empatia, vedere e capire contraddizioni,
bugie a sé stesse, ma anche speranze e valori del mondo femminile.
Quali letture sono state particolarmente
importanti per la tua formazione?
Ho iniziato tardi a dedicarmi, con un po’
di coscienza, alla lettura di opere. Come una bambina, cercavo nella
facilità e fingevo di dedicarmi a ciò che mi veniva
imposto. Ma quando una persona a me molto cara mi ha regalato Oceano
mare di Baricco, ho deciso di iniziare realmente a leggere. Ma facevo
fatica e non capivo perchè. Mi ricordo che avevo scritto sulla
prima di copertina: “Posso leggerti? Possiamo essere amici?”
Ho pensato che in quel momento, forse, il mio timore era quello di
non rientrare negli standard dei lettori che lo scrittore aveva in
mente. Mi sentivo irrispettosa. Così, dopo aver scritto, a
lato delle pagine, delle lettere d’amore per aiutare un personaggio
del libro ad aspettare insieme un’amata, quel timore mi è
passato del tutto e ho riletto il libro facendone parte. Dopo di che
ho scelto Kundera, Pennac, Tagore, Fallaci… per decidere che,
per il momento, il libro che apprezzo di più è: La trilogia
della città di k. di Agota Kristof.
Attualmente sto cercando di dedicarmi maggiormente alla lettura, anche
per apprendere meglio la tecnica. Per poter arrivare ad un automatismo
mentale: non ti è mai capitato di essere al telefono e scarabocchiare
qualcosa con una matita su un foglio? Ecco: se la tecnica dell’illustrazione
possedesse già la tua mano, quello scarabocchio potrebbe essere
sorprendente.
Quali sono i tuoi interessi e come
entra la scrittura nella tua vita? Come ti definiresti come persona?
Mi fermo ad osservare tutto ciò che
mi colpisce. Anche nei vari ambiti artistici: letteratura, pittura,
musica, cinematografia… tutto può darmi un tassello in
più per risolvere un’inquietudine che ho visto.
Mi sono accostata alla scrittura nel modo più normale per una
ragazza: scrivere diari. Diari che, soprattutto durante la mia adolescenza,
vivevano di un’identità propria: dato che, secondo me,
il mondo femminile è spesso caratterizzato da un irrisolto
complesso di Edipo, i miei diari assumevano l’identità
delle mie amiche. Per vedere come si sarebbero comportate vivendo
la mia vita. Ad un certo punto mi accorgevo che quelle ragazze che
per qualcosa stimavo avevano anche qualcosa che non funzionava…
qualcosa… un problema e allora il diario continuava come storia
inventata, per poterle aiutare a risolversi.
Credo di aver capito perché pubblico con uno pseudonimo: quando
scrivo fatico a riconoscermi. E ogni mio personaggio è un insieme
di identità che ho visto.
Come mi definirei? Rispetto all’argomento del libro, una donna
come tante… che, però, ha avuto la “fortuna”
di trovare uomini intelligenti che non l’assecondavano nei suoi
copioni: sai quando lei scoppia a piangere e si butta sul letto? La
nostra regia vuole che lui, entro cinque minuti, arrivi. Ecco: nei
miei capricci non è mai arrivato nessuno!
Onesta per necessità.
A parte le battute, sono fortunata nel poter vivere situazioni vere
e profonde e, a volte, permettermi di giocare coscientemente. Comunque,
scavando, scavando, io credo di essere una perenne bambina…
Pensi che si scriva per comunicare
un messaggio, per rispecchiare la realtà, per fare del proprio
vissuto un modello di identificazione…?
Scrivo perché sento, nel momento in
cui sta avvenendo il gesto, che ciò che sto facendo ha un valore.
Un valore per me e per le identità a cui voglio bene attraverso
il cercare di risolverle.
Tutto il resto, per me, è solo una conseguenza.
Visto che sei di origine indiana, come
ti poni di fronte alla questione della interculturalità?
Penso che l’incontro tra culture diverse
sia positivo. L’immigrato che arriva in un paese straniero si
deve confrontare, in primo luogo, con una nuova realtà (partendo
dalla lingua, che credo non sia solo un mezzo per comunicare, ma anche
una forma di espressione della cultura che le ha dato origine) e,
in secondo, con sé stesso, con le proprie tradizioni a confronto
con altre, per poter comprendere quanto dalla cultura di origine gli
sia stato imposto.
Questo è positivo perché, forse, l’immigrato,
ma anche chi si relaziona veramente con lui, può arrivare ad
una nuova patria: quella personale.
Per quanto mi riguarda, la mia condizione di adottiva mi ha portata
inconsciamente a cercare delle origini.
“Quella che noi chiamiamo rosa / con qualunque altro nome profumerebbe
con la stessa dolcezza”, scriveva Shakespeare: ma il profumo
forse viene percepito in modo diverso a seconda della cultura? Mah…
mi sembrava che alcune sfumature del mio profumo, qui, non venissero
percepite come le percepivo io.
Mi sono cercata più coscientemente attraverso viaggi di ritorno,
nella speranza di poter trovare un posto in cui stare a piedi nudi,
perché avere le scarpe, forse, vuol dire essere di passaggio
e mi sono accorta che anche in India accadeva lo stesso per altre
sfumature ancora.
Nella totalità non mi ritrovavo da nessuna parte. Condizione
questa che mi dava una sensazione di grande libertà, ma anche
di tortura, perché credo che pure il più grande zingaro
abbia bisogno almeno di poter fare casa negli occhi di qualcuno e
così credo di aver fatto.
Ora mi sembra di poter dire che la mia patria è in ciò
che amo.
(Fara Editore, novembre 2006)
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