IL RITO

di Leela Marampudi

 

Illustrazione dell'autrice

Fermare un’immagine, nel caos che mi si presenta di fronte, è impossibile.
Risciò trainati da uomini, mucche, carrettini di venditori di pannocchie, biciclette, macchine anni ’50… sì: anni ’50.
Appena scesa dall’aereo sono passata da quella sensazione di fresco e nitido dell’aria condizionata al sentirmi, grazie ad una atmosfera umida, densa, color giallo zafferano, in un film anni ’50. Una pellicola virata in seppia, che conserva le sensazioni e soprattutto gli odori.
L’odore dell’India… l’intensità: giallo zafferano… il tipo di odore: rosso bordeaux…
Sensazioni che dovrò, dopo, smaltire piano piano per trovare la risposta ad una domanda inseguita inconsciamente da sempre. Anche quando non me la ponevo: da dove inizio?

- Da dove iniziamo?
- Direi che è tardi. Ora andiamo in missione, mangi, ti rinfreschi e dopo una dormitina… nove ore di aereo sono tante… domani mattina andiamo a vedere la Porta dell’India. Ci si arriva a piedi anche dalla missione. È vicina al mare.

Guardo l’inutile ventilatore attaccato al cruscotto della macchina. Il nostro driver lo regola per noi.
Sorrido nel notare il volante rivestito di finto pelo e mi metto a riosservare fuori dal finestrino.
Sulla strada, appena si crea un vuoto tra una macchina e l’altra, chi è più veloce subito lo occupa.
Iniziare partendo dai vuoti, proseguire e colmare quelli successivi che si incontreranno nel percorso… penso.

- Siamo arrivati!

Suor Maria indica la missione. Il driver, davanti all’ingresso dell’edificio non si ferma, rallenta e lentamente apre, spingendo con la parte anteriore della macchina, i battenti del cancello accostato.

**

Tutti sono nelle loro stanze. Io non riesco a dormire. Non è nemmeno tardissimo, ma le suore hanno questi ritmi… la missione è un’isola di tranquillità rispetto a ciò che ho visto prima di arrivare qui. Una tranquillità che mi infastidisce, perché mi difende da qualcosa che invece voglio vivere e che sento giungere lo stesso in lontananza. Il rumore dei clacson… musica e, di nuovo, soprattutto l’odore.
Un odore che riconosco. L’ho riconosciuto subito. Appena sono scesa dall’aereo. Il mio odore.
Alcune persone cercano un profumo che li rappresenti prima ancora di annusare l’odore della propria pelle…
Ad un tratto sento una voce. Qualcuno sta cantando. Una melodia languida che arriva dalla strada come il suono di un sitar. Una melodia che aiuta il proprio corpo a confondersi con l’aria circostante. Il mio corpo sfuma con l’ambiente e una stanza è troppo piccola per contenermi. Istintivamente mi vesto, prendo lo zaino ed esco dalla camera.

Sono nel giardino dell’edificio. Mentre penso se posso concedermi di fare ciò che è proibito, prendo in mano delle foglie trovate per terra. Le osservo. Mi piacciono molto. Sono quelle particolari foglie che in India, dopo essere state ridotte in carta filigranata, vengono usate come supporto per dei piccoli dipinti tipici. Cerco tra le varie piante del giardino qual è quella corrispondente a quelle foglie, ma l’oscurità me lo impedisce.
Sono ancora lì con le mie foglie in mano e quel canto diventa più intenso. Passa qualcuno davanti al cancello dell’orfanotrofio che è anche lebbrosario. Velocemente metto le mie foglie in borsa e cerco di aprire il cancello. Una catena. Cosa fare? Mi guardo attorno. Nessuno. Scavalco.

**

Da lontano seguo quella melodia. Incantata da quel richiamo riesco però ad osservare Bombay di notte. È il mio primo ritorno dopo anni di separazione. Adottata e arrivata in Italia da piccola, avevo deciso di tornare in India solo quando avrei avuto chiaro in me cosa avrebbe rappresentato un viaggio del genere. Non volevo uscire da una culla, anche se non costruita perfettamente su misura, prima di diventare un minimo autonoma nel pensiero. Ho cercato di concedermi un’infanzia serena, nonostante sentissi che qualcosa di non chiaro in me c’era e così, adesso che mi sento abbastanza grande, sono qui, cercando di vedere e annusare più che posso, perché so che il viaggio ha un termine. Ma come si fa a gustare quando sai che devi ingoiare il cibo?
E poi… l’osservare così tanto mi fa paura. Ma è l’unico modo per trovare… mi fa paura perché non voglio sentirmi una turista. Turista in casa propria… devo trovare il prima possibile perché, oltre alla ricerca, questo viaggio possa essere anche il luogo dove finalmente possa permettermi di togliere totalmente le scarpe.
Avere le scarpe vuol dire essere di passaggio, penso tra me e me, mentre mi accorgo che, forse, mi trovo realmente in “Bombay by night”. Alla fine, molto di ciò che sto vedendo mi dà la sensazione di una cartolina da inviare agli amici. Molti mi guardano con diffidenza. Osservo i miei vestiti: sono una locale che vuole fare la “di più”. Nonostante esista una Bombay occidentale, approfitto del fatto che il mio pifferaio magico si sia seduto per terra in una piazza ed entro in un negozio ancora aperto per comprare una gonna lunga da indossare al posto dei jeans.

Quando esco dal negozio l’uomo di prima non c’è più. Il mio piccolo viaggio nella notte si conclude perché non so dove andare? Vado a sedermi nel punto dove prima si era seduto l’uomo dalla bella voce.
E d’improvviso, alzando gli occhi davanti a me, la vedo. Mai vista una costruzione così bella. Deve essere la Porta dell’India. Sì: è la Porta dell’India! …un palazzo per marajà da favole, come edificio di accoglienza per chi arriva dal mare.

- Geniale!

Esclamo…
Questa deve essere proprio la Porta dell’India. Mi alzo in piedi. Indietreggio per osservare meglio quelle vette che orlano il mondo verso il vuoto del cielo, quando urto, senza volere, due persone.

- Sorry!

Due turisti inglesi nella mia India. Sembrano in viaggio di nozze.
Bombay by night… ripenso. Ma subito mi metto a guardare l’edificio. Sono così emozionata. La mia prima meta. Inizio a percorrere il perimetro del mio primo traguardo per trovarvi un’entrata. Gli inglesi sono davanti a me e, quando li vedo scomparire risucchiati da un enorme ingresso, capisco di essere di fronte solo ad un grande albergo.
“Taj Mahal hotel”.
Questo dice l’insegna.
Un grande hotel per ricchi turisti stranieri.
Delusa, sto per dirigermi verso la missione ma, alle mie spalle, sento il canto di quell’uomo. Mi giro e di colpo come un ruggito: il mare. Nell’oscurità lo sento brontolare inquieto. Il mare e il cielo stellato incorniciati da una grotta. No, no: da un arco. L’ho trovata. La Porta dell’India è un arco. Mi avvicino sempre di più a quella sagoma scura, ma nella mia immaginazione l’ho già ben chiara. So già che ci saranno scolpite tante divinità: Krisna, Visnu…
Appena mi trovo a pochi metri da essa, il mio sguardo si rattrista. Un arco di trionfo. La Porta dell’India non è altro che un arco di trionfo. Qualcosa costruito dagli inglesi perché potessero maggiormente glorificarsi in un posto che non era loro. Guardo in basso e, a lato di uno dei pilastri che sorreggono l’arco, vedo un cagnolino che sta facendo pipì alzando la zampa.
Un cane indiano che fa pipì negli angoli per delimitare il territorio.
Sorrido malinconicamente per questa immagine, mentre mi accorgo che, di fianco al cane, seduto per terra, ho ritrovato il mio musicista.

**

Sono tornata in missione. Ho tolto la gonna. Mentre camminavo ho capito di aver comprato una sottogonna da sari. Mi vergogno. Credo di essere stata in giro indossando qualcosa che per l’India ha il valore di un indumento intimo.
Sono proprio un’imbranata.
Sono nel letto, ma non riesco a prender sonno. Estraggo dallo zaino quel libretto che ho portato in viaggio, ma che non riesco a leggere per paura di esserne condizionata: “India dentro e fuori”, la mia guida turistica.
In aereo non avevo fatto altro che sfogliarlo e annusarlo… sono proprio un’imbranata.
Vorrei uscire ancora. Vorrei riprovarci stanotte a trovare la mia India. Ma…

**

Non so dove sto dirigendomi. È da tantissimo che cammino a vuoto. Il sole ormai è alto nel cielo. E io ho deciso che visitare monumenti come la Porta dell’India non mi interessa. Così preferisco essere qui da sola e girare a caso.
Sono in una via molto stretta. In lontananza vedo come attraversarmi la strada un corteo. Arriva da una traversa. In testa degli uomini tengono una statua e dietro tutti cantano.
Corro per entrare nella festa. Cammino insieme agli altri. Guardo tutte le donne con i sari sgargianti: sono così belle. Una donna con una bimba in braccio è di fianco a me. La bimba mi prende con una manina un lembo della camicia. Lo tira. Quando la donna capisce che mi sono “impigliata” a sua figlia, dice qualcosa alla piccola e poi, in un dolce sorriso, credo mi chieda scusa. Vedo solo il sorriso.

Dopo seicentocinquanta gradini in salita, tutti tolgono i sandali per entrare in un tempio. Anch’io tolgo le mie scarpe da ginnastica.
Appena entro, un uomo monolitico nudo alto diciassette metri.
Tutto scavato nella roccia, dai gradini alla statua.
Sulle colonne interne sono incise le figure delle divinità che speravo di poter vedere sulla Porta dell’India.
Ora, al mio fianco, c’è un uomo che mi sembra di riconoscere. Sì: è il cantante della sera precedente.

- Hello!
- Scusa, non parlo inglese…

L’uomo sorride e poi:

- Ciao, mi hai seguito fino a qui o è stato un caso?
- C… ciao. No, è un caso. Comunque, piacere, Anita. No. Tara.

Piacere, Anita Notara, io sono Tarik. Non sei di queste parti, vero? Però sembri un’indiana…

Cerco di cambiare argomento:

- Cosa sta accadendo?
- Portano in sposa Parvati a Shiva. Lei è la reincarnazione della sua prima moglie…

Poi, prendendomi per mano:

- Vieni.

Mentre ci spostiamo lontano da tutta quella gente, mi accorgo che il tempio è anche un enorme centro commerciale. Non avrei mai pensato che in un tempio ci fossero musica diffusa e il mercato. Bancarelle di ogni tipo: dalla bigiotteria ai dolci. Nel giardino interno del tempio alcune persone stanno facendo dei pic-nic. Studenti leggono libri.

Tarik mi porta davanti ad una scultura. Rappresenta Parvati e Shiva insieme nelle danze. La scultura è completamente ricoperta di una strana sostanza bianca che, colando fino a terra, si mischia ad una polvere rossa. Al collo delle divinità sono presenti delle ghirlande di fiori.

- A volte litigano. E ci vuole un po’ prima che facciano pace. Lui è il dio della distruzione e lei della potenza. Sono due divinità orgogliose…
- Perché mi hai portato qui?

Tarik abbassa lo sguardo e poi, con sincerità:

- Ho capito che sei una turista. Sai… io sono un bramino. Cioè… ho fatto la scuola per diventare guida turistica, per questo parlo anche la tua lingua… i soldi in casa servono… però sono della casta dei bramini e mio padre mi ha cresciuto come tale… fatico a fare la guida, perché non trovo giusto che i turisti possano assistere a certe funzioni… scusa.

Intanto che parla, compra con una piccola offerta delle palline bianche ad una bancarella a lato, che vende anche ghirlande di fiori e me ne porge una. Io mi rattristo, però continuo la conversazione:

- Cos’è?
- Burro. Il burro calma i bollenti spiriti.

E, d’improvviso, lancia la sua pallina addosso alla statua.
Mi invita a fare altrettanto. Non lo voglio quel contentino. Guardo la venditrice dietro la bancarella: sta costruendo con una velocità inaudita le ghirlande di gelsomini. Mi perdo in quell’immagine, perché mi accorgo che il tipo di movimento che usa per annodare i fiori sembra il punto catenella fatto ad uncinetto. Però fatto con le mani.
Le indiane che fanno le ghirlande sono casalinghe che lavorano ai ferri… il più bel vestito: una ghirlanda di fiori!
Sorrido a questo pensiero mentre mi accorgo che il burro mi si è sciolto in mano. Guardo a lato, cercando Tarik. Non c’è più. Avrà capito di avermi fatta rimaner male, o forse voleva solo allontanarmi dal momento in cui Parvati sposa Shiva?
Mi pulisco la mano in un fazzoletto. E mi metto ad osservare gli indiani che entrano in visita. Mi accorgo che esiste un percorso ben preciso da seguire. Infatti, dopo intensi momenti di meditazione, il mio popolo segue i lati interni dell’edificio fino ad arrivare davanti ad una nicchia. Per colpa delle persone che ostruiscono l’ingresso, non riesco a vedere cosa c’è dentro.
Non ci penso due volte, li seguo per capire dove porta quel percorso.
All’interno della nicchia, un bramino celebra un rito in hindi ogni qual volta un indiano glielo chiede. Mi metto vicino ad una ragazza per copiarle i gesti. Fingo di rispondere quello che dicono gli altri. Nessuno mi sta osservando come diversa, pur avendo io abiti occidentali e non il tradizionale sari. Verso la fine del rito il bramino avvicina la fiammella di una candela davanti ai presenti che, mimando di prenderla con le mani, se la pongono in capo. Fortunatamente il mio turno è l’ultimo, così riesco a capire nei dettagli come comportarmi per non sfigurare.
È bellissimo. Mi immagino bambina, mentre compio quei gesti per imitare gli adulti. Non sono indiani, sono adulti. In questo modo cancello gli anni di vissuto occidentale. Sto ripartendo da dove ho lasciato la mia storia.
Quando rientro nella realtà oggettiva, mi accorgo che il rito sta concludendosi del tutto, almeno credo…
Il sacerdote prende una bacinella d’acqua e, con un cucchiaino, ne versa un po’ tra le mani dei fedeli che, dopo averne bevuto un sorso, depongono il rimanente sul capo.
Adesso tocca a me. Metto le mani a conchiglia, ad acquasantiera e aspetto che il bramino riempia quelle cavità con il liquido sacro. Il vecchio sacerdote, dopo aver versato l’acqua benedetta, mi dice qualcosa di incomprensibile. Avverto disagio nel non comprenderlo, devo comportarmi nel modo giusto per essere ritenuta indiana. Però, d’istinto, gli rispondo il mio nome: Tara.
Lui aggrotta le sopracciglia. Io fingo indifferenza e guardo l’acqua nelle mie mani, vedo in trasparenza le righe nei palmi che, come delle rughe, cercano di trattenerla per non farla scappare altrove. Porto le due mani, riunite a nido, verso la bocca, senza staccare lo sguardo. È una specie di battesimo, è la rinascita spirituale in un luogo che è mio, una rinascita spirituale dentro me stessa… due divinità si sposano mentre io sto per iniziare… è un sogno.

- Ferma!

È la voce di suor Maria.
Non mi sono accorta che lei è dietro me per vedere cosa sto combinando. Ma come mi avrà trovata?

- Per chi non è abituato, l’acqua indiana non è potabile, in particolar modo quella del Gange.

Giro il viso di lato, incontrando quello deciso e senza possibilità di risposta di suor Maria.
Rigiro gli occhi alla ricerca di quelli del bramino, nella speranza che possa dissuadere la suora dal negarmi di bere quell’acqua. Il sacerdote dice qualcosa alla suora in hindi. Lei risponde.
So che lui le sta dicendo che quell’acqua è sacra. Lei, invece di usare il suo sentire, preferisce usare la mente e la ragione, rivelando il mio stato imperfetto a tutti i presenti. So che sta dicendo: “Anita non è una vera indiana”. È umiliante.
La conclusione del mio primo rito, del mio battesimo, della mia iniziazione, sarà quindi imperfetta come hanno deciso che sia io?
Suor Maria mi si rivolge con un innocente sorriso:

- Anita, il sacerdote dice che devi mettere tutta l’acqua in testa.

Perché deve dire che lo ha detto lui, quando è stata lei ad obbligarlo? Ma è inutile rispondere: metto l’acqua sulla testa e così, a capo bagnato, mi faccio disegnare un bhindi sulla fronte, fatto di spezie e olio, dal sacerdote.

Mi rigiro dopo il mezzo battesimo e suor Maria non c’è più. Torno davanti alla statua di Shiva e Parvati danzanti. Mi sento strana e profondamente triste. Vorrei comprare dei fiori per gli dei al posto di lanciargli il burro addosso. Ma anche la bancarella di ghirlande non c’è più. Mi sento così piccola e sola. Un lampo nella mia mente. Apro lo zaino. Rovisto all’interno finché non trovo le due foglie prese la sera precedente alla missione. Le guardo. A me sembrano così belle. Così particolari. Penso di offrirle agli dei. Mi sto avvicinando alla statua e, subito, una coppia di indiani è di fianco a me con le mani giunte in preghiera.
Loro stanno pregando. Pregano nel modo corretto.
Rimetto le mie foglie nello zaino. Nessuno capirebbe. E così mi ritrovo con gli occhi umidi in una preghiera mancata, perché purtroppo sarebbe stata solo mia.

Torno all’ingresso del tempio. Ora tutta la folla di prima si è smaltita e l’uomo monolitico nudo è rimasto da solo.
Mi siedo di fianco a un suo piede e, mentre gli accarezzo le enormi dita, incomincio a parlargli:

- Tu come ti chiami? Io mi chiamo… il mio nome… il mio nome è importante. Sai, il mio nome è importante perché esisteva prima che nascessi.
Io mi chiamo… io sono Tara.
Così, sono qualcosa che esisteva ancora prima di esistere fisicamente. Adoro il mio nome, perché mi dà un senso di immortalità. Mi hanno cambiato nome dopo il mio arrivo in Italia. Nel cambiarmi nome, forse, volevano una rinascita. Non so. Però così è stato. Ma con sé ha trascinato implicitamente una violenza. Anita, la violenza ha il nome di Anita.
Uhm… quando non ero ancora nata, mamma e papà mi chiamavano già Tara. Tutte le volte che nominavano quel nome, io diventavo il loro amore sempre più concreto. Ero l’universo che diventava reale grazie a loro… e loro con me. Nel limbo evanescente dell’universo, guardandomi negli occhi, mi sono detta: “Tara, questo è il nome scelto per me come rappresentativo di quello che sono”.
Non era un nome scelto dal negozio dei nomi perché soddisfacesse la moda di un momento. Era il nome che suonava meglio nei cuori dei miei genitori. Era la loro canzone. Tutti gli innamorati hanno una canzone e, per loro, quella canzone ero io. Nel cambiarmelo, gli uomini mi hanno involontariamente portata via dall’universo, che è amore e che mi ha generato…
…per questo ora sono qui a ricercare il mio inizio. Il mio nome è l’inizio. Però forse… però, forse non dovrei cercarlo nell’India. Forse dovrei cercarlo nell’universo dei miei genitori. Ma quell’universo è qui… lo sento qui… da qualche parte… il nostro universo… penserai che sono proprio matta…

**

- Toc! Toc! Anita stai ancora dormendo? Toc! Toc!

Apro gli occhi. Mi alzo dal letto. Deve essere tardi. Mi sono addormentata con la guida turistica in mano. Vado ad aprire alla suora.

- Ah! Sei già vestita. Bene.

Mi guardo i jeans e la camicetta del giorno precedente.

- Quando vuoi, la colazione è pronta. Poi andiamo alla Porta dell’India.

Suor Maria si è girata e sta andando verso il refettorio quando, come risvegliandomi di colpo, la chiamo:

- suor Maria!

La suora si gira.

- Scusi, al posto della Porta dell’India, non è che nelle vicinanze, in modo da poterci arrivare anche a piedi, c’è qualche tempio dedicato a Shiva?
- Il più vicino è un tempio di Nandin, il dio toro. È il veicolo inseparabile di Shiva. Tutte le divinità hanno dei veicoli che diventano, a loro volta, divinità minori.

Sorrido alla suora:

- Grazie. Se dopo mi spiega come ci si arriva… preferirei andarci da sola.

**

Sono qui, davanti a una statua nera di Nandin. Una statua che si trova in un atrio che si incontra prima di entrare nel tempio. Una statua minore di un dio minore. Sono serena. Sono a mio agio. Non c’è tanta gente in questo piccolo edificio religioso. Da quando sono arrivata ho visto solo una signora anziana entrare, togliendosi poco più in là i suoi infradito. Io sono arrivata qui direttamente senza scarpe. A suor Maria è sembrata strana questa scelta, l’ho letto nei suoi occhi, ma non ha osato dirmi nulla.
Sono seduta a gambe incrociate davanti al dio e lo guardo attentamente negli occhi.
Passo qualche minuto ad osservarlo, pensando che ho trovato finalmente il mio rito. Domani mattina tornerò ancora qui. Poi prendo lo zaino e cerco le foglie dell’albero della missione. Con un indelebile nero scrivo su entrambe il mio nome.
Le depongo ai piedi del dio toro.

 

Como, 2006
Tutti i diritti letterari di quest’opera sono di esclusiva proprietà dell’autrice.

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