Io sono di là
di Muin Masri
Muin Masri |
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«Appartenere alla terra e al popolo di quelli che sono di là, e vivere tra quelli che sono di qua non è cosa semplice, può anzi divenire una condizione lacerante… E se, come è stato per Masri, dalla propria patria e dal proprio popolo ci si deve pur separare, non è detto che li si debba abbandonare: essi possono essere saldamente custoditi in una regione del proprio cuore.(Dalla nota editoriale)
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Sono tre, a mio avviso, le parole attorno alle quali si costruisce l'intenso romanzo di Masri, e, sempre a partire da queste, si dischiudono al lettore le diverse vie di interpretazione. di Silvia
De Marchi La prima e' solitudine: il protagonista che incontriamo e' solo, e lo e' in modo radicale perche' e' orfano di padre e di madre. E' talmente solo che non ha neppure un nome a fargli compagnia, a donargli un volto. Il suo nome e cognome li ha persi in guerra, nella guerra quotidiana e personale che combatte per sopravvivere, e nella guerra collettiva del popolo palestinese cui appartiene. La condizione di orfanita' del "ragazzo senza nome" si innalza allora a condizione esistenziale del suo popolo orfano di patria e di speranze, nazione alla quale insieme alla terra e' stata strappata l'identita'. L'essere solo diviene, ad un certo punto, un essere altro, estraneo, e cio' si desume anche dal titolo che denuncia sin da subito il suo appartenere ad un 'altrove', ad un mondo altro, con le sue regole ferree anche se appena intuibili e non codificabili. La seconda parola chiave e' guerra, sentita dai personaggi che popolano questo romanzo come impellente necessita', unica risposta dei disperati, dei dannati della terra palestinese, si potrebbe dire parafrasando Fanon. Andare a combattere per la Palestina diviene, nel romanzo, estremo gesto d'amore per la patria, impresa che promette onore a chi la intraprende, unica strada possibile e qui diviene tragicamente reale la riflessione di Masri- per riscattare una vita che sembra aver perso senso nel momento in cui ha perso terra e storia. Ma l'odio e la diffidenza che reca con se' la guerra conducono l'uomo all'aberrazione, che e' lo scagliarsi deliberatamente contro cio' che in se' e' bello e buono. Contro questa ottusa violenza l'autore compone il delicato racconto-idillio della danzatrice caduta in guerra che offriva ai passanti la grazia dei suoi movimenti e si sentiva a casa in Palestina. La terza parola e'
giustizia; tutto il testo e' animato da una profonda tensione verso
cio' che e' giusto e si oppone con fermezza a cio' che non lo e'.
Il protagonista, sopratutto nei momenti piu' bui cerca una giustizia
che poi spesso e' la Giustizia che si svela nei versetti del Corano.
E' proprio quest'ultima parola che costituisce la lente attraverso
cui vedere e leggere gli eventi. Silvia De Marchi
Intervista
a Muin Masri a cura di di Viorica Nechifor Com’è la sua Palestina? E’ proprio come la raccontano i giornali e la Tv? E’ molto, molto diversa. Oggi si parla molto e dappertutto della Palestina, di fazioni, di religione e del conflitto in corso, ma mai di come vive la gente e come la gente muore. Nessuno si ricorda di dire che là ci sono delle famiglie, con dei bambini e dei genitori. A Nablus, a casa mia, come dappertutto nel mondo, i ragazzi hanno dei sogni, e dei desideri. In Palestina, come altrove nel mondo, si incontrano le stesse difficoltà di tutti i giorni. Non sono d’accordo che parlando della mia gente, si parli soltanto di morti. A tutte le persone di cui parlo nei miei libri, io trovo un nome e un cognome, racconto una storia e descrivo com’erano loro prima che morissero. Chi sono i personaggi di “Io sono di là”? E’ un po’ autobiografico? Io non ci sono nel libro. La storia accade nella città vecchia di Nablus, una città romana tra l’altro, che nel febbraio del 2002, dopo l’ultima invasione dell’esercito d’occupazione, è stata completamente distrutta. Per me questa parte della città è magica, fantastica, perché là succede sempre qualcosa. A vederla, uno non si stanca mai a guardare le sue stelle, a frequentare i suoi vicoli, ad ammirare la sua gente. Nel libro parlo del male in generale, del male che abbiamo dentro di noi, e che ci portiamo dentro dal momento in cui abbiamo toccato terra. Parlo della lotta tra il male e il bene. Si tratta della storia di due fratelli, scappati via dalla guerra del 48, dopo la nascita dello stato dell’Israele. Costruisco la storia facendoli trovare profughi senza documenti, senza nulla. Iniziano poi, ognuno per conto suo, ad avere una sua vita. Purtroppo, come sempre accade nel mondo, anche tra i fratelli scoppiano delle guerre. La storia, fortunatamente, ha un lieto fine, perché il male, nonostante la sua grandezza, non vince sempre. Esiste, per fortuna, anche l’angelo della morte, che ci pensa a risolvere tutto, rendendo giustizia a chi non può farlo da solo. Perché ha scritto un libro con questo tema? Si tratta di un libro molto
faticoso rispetto ai precedenti anche perché usando molti
testi sacri del Corano, sono stato abbastanza attento. Il momento
esatto in cui ho deciso di scriverlo, me lo ricorderò per
sempre. Andavo con mio figlio di sei anni a fare un giro in bici
alle porte d’Ivrea, dove vivo. Ad un tratto lui mi disse:
“Certo papi che questo Bin Laden è cattivo. Tutti questi
musulmani d’altronde sono assassini, dei fanatici”.
Perché è in Italia? L’Italia è stato l’unico paese a darmi il visto. Il mio sogno era di andare in America, a finire l’Università lì. Avevo studiato per tre anni ingegneria in Giordania e volevo continuare in America. Ma il visto mi è stato rifiutato per tre volte. Chiaramente un palestinese non può chiedere perché. Se ti dicono torna fra sei mesi, tu ti ripresenti e fai un’altra domanda e viene di nuovo rifiutata. Persino il Messico ha rifiutato la mia richiesta per il visto, lo stesso la Yugoslavia (sarei andato a Zagabria). L’unico paese a darmi il visto è stata l’Italia. Com’è stato quando è andato a chiedere il visto per l’Italia? Era giovanissimo? Era il 1985. Fu una cosa buffissima.
Un mio cugino che stava già in Italia mi ha detto: “ascolta
me, il Console italiano a Gerusalemme è molto goloso e molto
simpatico. Insomma, molto alla buona. Vai da lui con un po’
di dolci, un po’ d’olio di Nablus, e vedrai”.
E’ stato proprio così. Ho portato una tanica di olio
di 5 litri, 2 chili di dolci, e una videocassetta. Sono entrato
dal Console. Ignaro com’ero, giovane, appena dentro ho detto:
“Guardi Console, le ho portato dei regali, delle prelibatezze
da Nablus”. Lui si è alzato in piedi dicendo “Per
carità, ma come? Ma no!” E andato alla scrivania sempre
dicendo “Ma non se ne parla!”, poi con il campanello
ha chiamato il portinaio e gli ha detto: “Prenda questa roba
dal signore….”.E’ stato davvero così. Penso
di aver pagato tangenti, ecco. Ancora molto prima di ‘Mani
pulite’ io conoscevo già questo giro di tangenti. Torna ogni tanto in Palestina? Ci sono ritornato una volta sola, ma è stato molto umiliante. Mi rendo conto che prima vivevo là molto bene, perché non avevo assaggiato la libertà. Poi quando sono venuto in Italia ho capito cosa vuole dire essere un uomo libero, un uomo uguale agli altri. Dopo 7 anni di vita qui, nel 1992 sono tornato in Palestina ed è stato umiliante perché mi hanno di nuovo trattato come se non fossi degno di essere rispettato. Mi è dispiaciuto molto e non sono più tornato. Andrò, forse, un giorno, insieme ai miei figli.
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