Io sono di là

di Muin Masri

 

Muin Masri
Io sono di là
Traccediverse Edizioni, 2005
Euro 10

 

«Appartenere alla terra e al popolo di quelli che sono di là, e vivere tra quelli che sono di qua non è cosa semplice, può anzi divenire una condizione lacerante… E se, come è stato per Masri, dalla propria patria e dal proprio popolo ci si deve pur separare, non è detto che li si debba abbandonare: essi possono essere saldamente custoditi in una regione del proprio cuore.(Dalla nota editoriale)

 


 

 

Sono tre, a mio avviso, le parole attorno alle quali si costruisce l'intenso romanzo di Masri, e, sempre a partire da queste, si dischiudono al lettore le diverse vie di interpretazione.

di Silvia De Marchi
4 ottobre 2005

La prima e' solitudine: il protagonista che incontriamo e' solo, e lo e' in modo radicale perche' e' orfano di padre e di madre. E' talmente solo che non ha neppure un nome a fargli compagnia, a donargli un volto. Il suo nome e cognome li ha persi in guerra, nella guerra quotidiana e personale che combatte per sopravvivere, e nella guerra collettiva del popolo palestinese cui appartiene. La condizione di orfanita' del "ragazzo senza nome" si innalza allora a condizione esistenziale del suo popolo orfano di patria e di speranze, nazione alla quale insieme alla terra e' stata strappata l'identita'. L'essere solo diviene, ad un certo punto, un essere altro, estraneo, e cio' si desume anche dal titolo che denuncia sin da subito il suo appartenere ad un 'altrove', ad un mondo altro, con le sue regole ferree anche se appena intuibili e non codificabili.

La seconda parola chiave e' guerra, sentita dai personaggi che popolano questo romanzo come impellente necessita', unica risposta dei disperati, dei dannati della terra palestinese, si potrebbe dire parafrasando Fanon. Andare a combattere per la Palestina diviene, nel romanzo, estremo gesto d'amore per la patria, impresa che promette onore a chi la intraprende, unica strada possibile e qui diviene tragicamente reale la riflessione di Masri- per riscattare una vita che sembra aver perso senso nel momento in cui ha perso terra e storia. Ma l'odio e la diffidenza che reca con se' la guerra conducono l'uomo all'aberrazione, che e' lo scagliarsi deliberatamente contro cio' che in se' e' bello e buono. Contro questa ottusa violenza l'autore compone il delicato racconto-idillio della danzatrice caduta in guerra che offriva ai passanti la grazia dei suoi movimenti e si sentiva a casa in Palestina.

La terza parola e' giustizia; tutto il testo e' animato da una profonda tensione verso cio' che e' giusto e si oppone con fermezza a cio' che non lo e'. Il protagonista, sopratutto nei momenti piu' bui cerca una giustizia che poi spesso e' la Giustizia che si svela nei versetti del Corano. E' proprio quest'ultima parola che costituisce la lente attraverso cui vedere e leggere gli eventi.
La disperazione iniziale si traduce allora in sorprendente speranza quando l'autore ci rivela che, alla fine dei sentieri tortuosi e interrotti percorsi dall'uomo, ci aspetta la certezza del ritorno a casa e la gioia della festa.

Silvia De Marchi

 

Intervista a Muin Masri a cura di di Viorica Nechifor
(da www.migranews.it 06/11/05 )

Com’è la sua Palestina? E’ proprio come la raccontano i giornali e la Tv?

E’ molto, molto diversa. Oggi si parla molto e dappertutto della Palestina, di fazioni, di religione e del conflitto in corso, ma mai di come vive la gente e come la gente muore. Nessuno si ricorda di dire che là ci sono delle famiglie, con dei bambini e dei genitori. A Nablus, a casa mia, come dappertutto nel mondo, i ragazzi hanno dei sogni, e dei desideri. In Palestina, come altrove nel mondo, si incontrano le stesse difficoltà di tutti i giorni. Non sono d’accordo che parlando della mia gente, si parli soltanto di morti. A tutte le persone di cui parlo nei miei libri, io trovo un nome e un cognome, racconto una storia e descrivo com’erano loro prima che morissero.

Chi sono i personaggi di “Io sono di là”? E’ un po’ autobiografico?

Io non ci sono nel libro. La storia accade nella città vecchia di Nablus, una città romana tra l’altro, che nel febbraio del 2002, dopo l’ultima invasione dell’esercito d’occupazione, è stata completamente distrutta. Per me questa parte della città è magica, fantastica, perché là succede sempre qualcosa. A vederla, uno non si stanca mai a guardare le sue stelle, a frequentare i suoi vicoli, ad ammirare la sua gente. Nel libro parlo del male in generale, del male che abbiamo dentro di noi, e che ci portiamo dentro dal momento in cui abbiamo toccato terra. Parlo della lotta tra il male e il bene. Si tratta della storia di due fratelli, scappati via dalla guerra del 48, dopo la nascita dello stato dell’Israele. Costruisco la storia facendoli trovare profughi senza documenti, senza nulla. Iniziano poi, ognuno per conto suo, ad avere una sua vita. Purtroppo, come sempre accade nel mondo, anche tra i fratelli scoppiano delle guerre. La storia, fortunatamente, ha un lieto fine, perché il male, nonostante la sua grandezza, non vince sempre. Esiste, per fortuna, anche l’angelo della morte, che ci pensa a risolvere tutto, rendendo giustizia a chi non può farlo da solo.

Perché ha scritto un libro con questo tema?

Si tratta di un libro molto faticoso rispetto ai precedenti anche perché usando molti testi sacri del Corano, sono stato abbastanza attento. Il momento esatto in cui ho deciso di scriverlo, me lo ricorderò per sempre. Andavo con mio figlio di sei anni a fare un giro in bici alle porte d’Ivrea, dove vivo. Ad un tratto lui mi disse: “Certo papi che questo Bin Laden è cattivo. Tutti questi musulmani d’altronde sono assassini, dei fanatici”.
Premetto che ho scelto di crescere i miei figli in un modo molto libero. Perciò in casa non parliamo mai di religione e quindi loro non sapevano che io sono musulmano. Tra l’altro ho battezzato soltanto mio figlio maschio, non la femminuccia. Deciderà lei quando sarà in grado di farlo.
Gli ho risposto: “Guarda Filippo, che anch’io sono musulmano. Ti sembro cattivo o assassino?” Gli è cascato il mondo addosso. Ho visto nei suoi occhi la paura, la perplessità e la disperazione di ritrovarsi diverso Si è accorto di essere dall’altra parte della barricata. Forse, qualche giorno prima, a scuola, insieme ai compagni, l’avrà detta grossa sui musulmani. E adesso? Andare a scuola e dire che anche lui è musulmano? Chiese disperato: “Ma davvero? E la mamma?”
“La tua mamma è cristiana”.
“Oh, per fortuna, al meno così sono a metà salvo”.
E’ stato questo il momento in cui ho pensato: devo spiegare a mio figlio chi sono io, chi è il suo papà. Questo libro è per lui, perché quando, un giorno, da grande, leggerà il mio libro, saprà come io e la mia famiglia, abbiamo vissuto e praticato a modo nostro, l’islam.
Tra l’altro, tutti i miei libri sono scritti in primo luogo per loro. Ricordo che nell’anno in cui l’allora mia moglie mi ha detto di essere in dolce attesa, sono andato in crisi, chiedendomi: “Che cosa racconterò io a questi figli? Mi vedranno come un ramo secco, perché io non ho le radici qua” E’ stato allora che ho iniziato a scrivere. Allora ho cominciato a raccontare, a scrivere la mia storia, quella di mia famiglia, con i miei nonni. La mia infanzia. Pensando che un giorno loro potranno leggere e capire com’è stato il loro papà.
Ma io non sono uno scrittore, sono un raccontastorie. Da noi alla gente piace stare assieme. La Tv non è tanto diffusa, e in più la maggior parte delle nostre mamme sono analfabete. Allora per loro è più facile raccontare storie. A me è rimasto questo fascino per la narrazione delle storie, proprio come per mia mamma.

Perché è in Italia?

L’Italia è stato l’unico paese a darmi il visto. Il mio sogno era di andare in America, a finire l’Università lì. Avevo studiato per tre anni ingegneria in Giordania e volevo continuare in America. Ma il visto mi è stato rifiutato per tre volte. Chiaramente un palestinese non può chiedere perché. Se ti dicono torna fra sei mesi, tu ti ripresenti e fai un’altra domanda e viene di nuovo rifiutata. Persino il Messico ha rifiutato la mia richiesta per il visto, lo stesso la Yugoslavia (sarei andato a Zagabria). L’unico paese a darmi il visto è stata l’Italia.

Com’è stato quando è andato a chiedere il visto per l’Italia? Era giovanissimo?

Era il 1985. Fu una cosa buffissima. Un mio cugino che stava già in Italia mi ha detto: “ascolta me, il Console italiano a Gerusalemme è molto goloso e molto simpatico. Insomma, molto alla buona. Vai da lui con un po’ di dolci, un po’ d’olio di Nablus, e vedrai”. E’ stato proprio così. Ho portato una tanica di olio di 5 litri, 2 chili di dolci, e una videocassetta. Sono entrato dal Console. Ignaro com’ero, giovane, appena dentro ho detto: “Guardi Console, le ho portato dei regali, delle prelibatezze da Nablus”. Lui si è alzato in piedi dicendo “Per carità, ma come? Ma no!” E andato alla scrivania sempre dicendo “Ma non se ne parla!”, poi con il campanello ha chiamato il portinaio e gli ha detto: “Prenda questa roba dal signore….”.E’ stato davvero così. Penso di aver pagato tangenti, ecco. Ancora molto prima di ‘Mani pulite’ io conoscevo già questo giro di tangenti.
Il tutto non era finito, perché per un palestinese non basta avere il visto per poter partire. Noi dobbiamo attraversare tante frontiere. Per agevolare la partenza, avevo scelto l’aeroporto di Tel Aviv. Neanche da lì è stato facile. Preparavo le valigie, arrivavo all’aeroporto, passavo un primo controllo, un secondo controllo, e al terzo controllo mi spedivano indietro. Dicevano: “Niente partenza oggi per i Palestinesi”. Allora tornavo a casa, aspettavo un po’ di tempo, e ci riprovavo ancora. Non potevo neanche aspettare tanto, perché il visto per studi scadeva dopo tre mesi. Ogni volta che partivo verso l’aeroporto speravo di trovare qualche doganiere, qualche soldato israeliano umano, che mi lasciava passare.
La partenza vera e propria è stata a sorpresa, ero a casa di amici, c’era un ragazzo che, come me, voleva partire per l’Italia, e ci siamo dette: “Ma, proviamoci”. Senza prendere troppi bagagli e senza avvertire nessuno, siamo partiti presto e ci siamo ritrovati in Italia. Mi ricordo di aver chiamato i miei genitori da Roma, dicendo che ero arrivato in Italia, ma loro non ci credevano. Gli ho fatto sentire anche il rumore dei tram, dei treni, della gente che parlava italiano. Quando non mi hanno visto arrivare per un mese, hanno capito che ero davvero in Italia. Posso dire che la mia, è stata quasi una fuga verso la libertà, un viaggio di solo andata. Mi spiace tanto di non aver salutato nessuno. E mi dispiace ancora di più di non aver mai più rivisto mio papà.

Torna ogni tanto in Palestina?

Ci sono ritornato una volta sola, ma è stato molto umiliante. Mi rendo conto che prima vivevo là molto bene, perché non avevo assaggiato la libertà. Poi quando sono venuto in Italia ho capito cosa vuole dire essere un uomo libero, un uomo uguale agli altri. Dopo 7 anni di vita qui, nel 1992 sono tornato in Palestina ed è stato umiliante perché mi hanno di nuovo trattato come se non fossi degno di essere rispettato. Mi è dispiaciuto molto e non sono più tornato. Andrò, forse, un giorno, insieme ai miei figli.

 


 

 

 


L'autore

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